A Davos dal 19 al 23/1/2026 c’è il World Economic Forum 2026 coi più ricchi del mondo

Dal 19 al 23 gennaio 2026 è in corso a Davos (Cantone dei Grigioni, Svizzera) il ‘World Economic Forum 2026’, al quale partecipano più di 2500 persone, considerate le più ricche del globo, che vengono dal mondo economico, politico, scientifico e culturale. Per il mondo dell’economia e della finanza parteciperanno i massoni: Christine Lagarde, presidente della BCE, Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo monetario internazionale, Satya Nadella di Microsoft, Larry Fink di BlackRock e Jensen Huang di Nvidia. A Davos la World Economic Forum, dovrebbe (se fosse coerente) affrontare le grandi sfide economiche globali, risolvendo a livello economico e gerarchico i temi più importanti da affrontare, come: crisi sociale, povertà, disuguaglianze, eliminazione delle classi sociali, crisi climatica. Puntualizziamo, per capire meglio il problema, che la massoneria è un’associazione mondiale gerarchica su base iniziatica con riti allegorici – esoterici. Quindi le tensioni Usa – Ue si spostano ancora sul piano commerciale, con Washington che si dichiara non più vincolata alla costituzione e alla pace di Bruxelles. Il 20 gennaio scorso, Tramp (che fa parte della Nato), dichiara ai mass media che minaccia dazi contro l’Europa se non accetterà di cedere la Groenlandia. Specifichiamo che i paesi che attualmente fanno parte della NATO sono: Albania, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Macedonia del nord, Montenegro, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Slovacchia, Spagna, Stati Uniti, Svezia. La Groenlandia, geograficamente fa parte del Nord America, ma politicamente appartiene al regno di Danimarca (un paese europeo) e gode di un ampio autogoverno, con la Danimarca che gestisce la difesa e gli affari esteri.

La Groenlandia è diventata il pretesto per quel bullone di periferia di Donald Trump di imporsi e spostare lo scontro geopolitico sul terreno economico e, potenzialmente, militare (dittatura militare – Stato di polizia). I dazi quindi non sono presentati come risposta a squilibri commerciali, ma come strumento di coercizione geopolitica, giustificato in nome della sicurezza nell’Artico e quindi contro la Russia e la Cina (piano militare chiamato Patto Atlantico anticomunista firmato nel 1949, che organizzò le stragi di stato di stato anche in Italia dagli anni ‘60 in poi). Secondo il Wall Street Journal, i mercati faticano a immaginare un Nuovo ordine globale e tendono, per ora, a ignorarlo. I movimenti osservati (ribassi azionari contenuti e rialzi dell’oro limitati) non segnalano una preparazione a uno shock sistemico. Sul piano giuridico-commerciale, la minaccia statunitense apre un ulteriore fronte di incertezza: le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization, WTO) si basano sul principio della “nazione più favorita”, che vieta trattamenti tariffari discriminatori tra partner che si trovano nella stessa posizione giuridica. In teoria, quindi, dazi mirati contro singoli stati membri dell’UE sarebbero difficilmente compatibili col quadro multilaterale, anche perché l’Unione Europea è un’unione doganale e il commercio estero è competenza esclusiva di Bruxelles. Questo implica che eventuali contromisure non potrebbero che essere decise a livello europeo, anche attraverso contro-dazi o la sospensione dell’intesa tariffaria con gli Usa. Quel pagliaccio senza scrupoli ne’ sentimenti di Trump, è stato a Davos mercoledì 21 gennaio nel pomeriggio per fare un intervento (imposizione), atteso come momento chiave più per i segnali politici che per annunci formali. In questo senso la Groenlandia è diventata il simbolo di una fase nuova, in cui commercio, energia e sicurezza si intrecciano, mentre i mercati osservano senza credere ancora che un ‘nuovo ordine globale’ sia già alle porte.

Il Forum economico mondiale è una fondazione senza fini di lucro (?) con sede a Cologny, vicino a Ginevra, in Svizzera, nata nel 1971 per iniziativa dell’economista ed accademico Klaus Schwab. Il forum di Davos riunisce ogni anno in Svizzera, politici, imprenditori e finanzieri da tutto il mondo per discutere di potere militare, di soldi e di economia globale. Il Forum di Davos non perde la sua importanza perché banchieri e dirigenti sostengono da sempre di fare più affari in 5 giorni a Davos che in settimane di viaggi. Insomma: prima  l’America ingrassava col gas russo, oggi col gas naturale liquefatto (GNL) statunitense. Cambiano i partners, ma la dipendenza energetica continua a rimanere il tallone d’Achille di un’Europa ancora troppo basata sul fossile. Mentre le politiche imperialiste di Trump minacciano la sovranità danese sulla Groenlandia, Bruxelles si trova di nuovo esposta sul fronte gas da contratti lunghi, onerosi, siglati con un alleato ormai estremamente inaffidabile. Nel 2025 l’Europa ha importato più di un quarto del gas dagli Stati Uniti, una cifra destinata a salire vertiginosamente con l’entrata in vigore del divieto totale sulle importazioni di gas russo. Secondo le proiezioni al 2030 del think tank Energy Economics and Financial Analysis (EEFA), l’import di gas USA potrebbe raggiungere il 40% del totale. In crescita soprattutto le importazioni di gas liquefatto, quadruplicate da 21 miliardi di metri cubi nel 2021 a circa 81 miliardi di metri cubi lo scorso anno 2025. Ciò significa che 13 paesi europei hanno importato il 57% del GNL usato dagli Usa: una dipendenza che molti osservatori considerano rischiosa, visto l’approccio muscolare in politica estera della Casa bianca. Dopo sanzioni e divieti, le importazioni di gas russo sono faticosamente diminuite del 75% in 4 anni, nonostante Mosca rimanga ancora oggi tra i maggiori fornitori economici. Gnl Usa: la dipendenza che rischia di intrappolare l’Ue. La presidenza di Joe Biden è iniziata nel 2021 ed è terminata il 20/1/2025 con l’entrata in carica del successore massomafioso Donald Trump, al suo secondo mandato. Secondo l’EEFA questo accordo, nato per placare la guerra di dazi scatenata da Trump, metterebbe a rischio la sicurezza energetica europea, compromettendone i piani di riduzione del gas. L’EEFA ha inoltre calcolato che se i paesi membri spendessero 750 miliardi di dollari in energie rinnovabili, potrebbero essere installati circa 546 gigawatt di capacità combinata solare ed eolica. Ciò non solo rafforzerebbe l’indipendenza energetica di ciascun paese, ma potrebbe anche ridurre i prezzi marginali dell’elettricità che, come nel caso italiano, spesso sono determinati dal più costoso gas. Con un paese storicamente alleato come gli Stati Uniti,  l’UE si troverebbe ad affrontare scelte ancor più critiche.

Affidarsi a un sistema fossile espone i paesi importatori a un mercato volatile e costoso con ripercussioni sui consumatori. La strategia del governo è quella di fare dell’Italia un hub del gas europeo in linea con la strategia della destra globale che definisce il cambiamento climatico una truffa. Le rinnovabili potrebbero aiutare a costruire una geopolitica di pace, invece il governo, puntando sul gas, è responsabile di questa situazione che fa pagare il costo dell’energia in maniera elevate alle famiglie. Nei primi 10 mesi del 2025 il numero di impianti da rinnovabile è calato del 27% rispetto all’anno precedente. Una battuta d’arresto che allontana l’Italia da una maggiore autonomia energetica. A Davos, nei corridoi, nelle tensioni tra alleati storici (Russia – Nato), nelle assenze che pesano quanto le presenze,in questi giorni si riuniscono più di  tremila leader da 130 paesi, tra cui 64 capi di stato e di governo e 850 amministratori delegati e presidenti di grandi aziende, eppure un uomo solo ha già dettato l’agenda del summit annuale delle élite mondiali e si prepara a rubare la scena a tutti: Donald Trump.

Per analizzare meglio il problema della massomafia globale, puntualizziamo che i tagli agli aiuti internazionali operati nel 2024 dai governi di tutto il mondo, potrebbero causare nei paesi più poveri oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030. “La legge del più forte e del più ricco, sta portando al fallimento della democrazia”, afferma Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia. L’accumulo estremo di ricchezza si traduce in capacità di orientare le politiche pubbliche, di influenzare il dibattito, di erodere il patto civico che tiene insieme le società. Tramp a Davos dichiarerà che la vera guerra che si combatte non sarà contro la povertà ma per il ridisegno dell’ordine globale, con Trump che arriva accompagnato dalla delegazione statunitense più massiccia mai vista al Forum: sei ministri tra cui il segretario di stato Marco Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth. Tramp non viene a Davos per mediare ma viene a dettare legge e le sue condizioni: è questo il problema! Kevin Hasset, capo dei consiglieri economici della Casa bianca, lo ha annunciato senza giri di parole: “Mercoledì nel suo discorso Tramp porrà le basi del nuovo ordine mondiale”. Il contesto è reso ancora più incandescente dalla brutale repressione delle rivolte in Iran in questi giorni e dalla deposizione del presidente venezuelano Nicolás Maduro, ottenuta da Washington con una pagliacciata cinematografica. Gli altri leader attesi non sono certo comprimari, ma vorranno comunque la loro fetta di visibilità: a guidare la rappresentanza cinese sarà il vicepremier He Lifeng, che ha in mano i principali dossier economici, mentre tra gli altri leader presenti figurano il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres, il primo ministro canadese Mark Carney, il presidente indonesiano Prabowo Subianto, il primo ministro del Qatar Mohammed al-Thani, il presidente polacco Karol Nawrocki, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il presidente israeliano Isaac Herzog, il presidente congolese Felix Tshisekedi e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. Nutrita la partecipazione latinoamericana, coi presidenti di Argentina (Javier Milei), Panama (José Raúl Mulino) ed Ecuador (Daniel Noboa). Il presidente colombiano Gustavo Petro ha invece annullato la missione per concentrarsi sull’imminente incontro con Trump alla Casa bianca. In tutto questo clima di tensione, i mercati finanziari hanno reagito con nervosismo. Le borse europee sono crollate dopo l’annuncio dei dazi sulla Groenlandia, mentre l’oro vola ai massimi storici. Il Global Risks Report 2026 del WEF, costruito su un sondaggio tra circa 1.300 leader ed esperti, ha fotografato che non è il clima a dominare la scena, ma la geoeconomia e i conflitti armati. Per la prima volta dal dopoguerra, la sensazione prevalente è che la partita decisiva si giochi su armi economiche e guerre tradizionali. La disinformazione e la polarizzazione sociale completano il quadro dei rischi immediati.

Davos 2026 si apre dunque con un paradosso: un Forum che proclama il dialogo mentre le sue stesse scelte di agenda dimostrano quanto quel dialogo sia condizionato dai rapporti di forza. Un incontro che dovrebbe affrontare le grandi sfide globali ma che sposta ai margini proprio i temi più importanti (povertà, disuguaglianza, crisi climatica) che il rapporto Oxfam indica come emergenze assolute. Una kermesse dell’élite globale che si svolge mentre quella stessa élite accumula ricchezze a un ritmo mai visto nella storia, e mentre metà del pianeta sprofonda nella povertà. Il budget annuale per l’impiego dell’esercito in occasione degli incontri annuali del WEF 2025–2027, ammonta a 32 milioni di franchi. Il WEF è una fondazione privata senza fini di lucro.

Ma per capire meglio il problema del presidente Trump e la sua prepotenza come classe sociale, dobbiamo andare analizzare bene il periodo che parte dal 2022 quando c’è stato a Reggio Calabria il processo Gotha (massomafia), che affrontava i rapporti tra ‘ndrangheta, logge e colletti bianchi. Un nuovo corso della criminalità, che agisce nell’ombra oltre i confini locali. ’Ndrangheta, politica, massoneria, servizi deviati […] che ormai sono un tutt’uno”. La parola massomafia è stata usata da Seby Vecchio, collaboratore di giustizia dalla fine del 2020. Ex consigliere comunale e assessore della giunta di Giuseppe Scopelliti e anche ex poliziotto, per sua stessa ammissione “massone “in sonno” iscritto al Goi (Grande oriente d’Italia) ed ex ‘ndranghetista, riferimento della cosca Serraino. Il massone Vecchio è stato chiamato a testimoniare al processo Gotha (sui rapporti tra ‘ndrangheta reggina, massoneria e colletti bianchi) e la sua testimonianza serve all’accusa per chiudere il cerchio su decenni di indagini che cercavano delle conferme giudiziarie. L’inchiesta è stata avviata nel 2016 con l’unione di 4 indagini, tra cui Mammasantissima, e riguarda l’esistenza di un’ampia struttura criminale “che supera l’infiltrazione, va oltre il singolo affare e diventa sistema, trasformando la ‘ndrangheta da interlocutore dell’istituzione in istituzione vera e propria”.Per il procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, “la ‘ndrangheta non è soltanto un’organizzazione criminale di tipo mafioso con caratteristiche e proiezioni internazionali, addirittura intercontinentali, ma è un ramificato sistema di potere” che ha influenzato ogni momento significativo della vita politica ed economica della comunità reggina. Sulle panche del processo alla cupola, tra le prime file, siede anche l’avvocato, ex militante neofascista ed ex parlamentare del Partito socialista democratico italiano, Paolo Romeo, principale imputato nel troncone ordinario. Già condannato per concorso esterno nel maxi-processo Olimpia, il “Salvo Lima reggino”, come lo definirono i pentiti Barreca e Lauro, nella ricostruzione dei magistrati è un soggetto appartenente “alla componente apicale, ‘segreta o riservata’ della ‘ndrangheta”. Romeo sarebbe uno degli Invisibili: vertice gerarchico che dal “sopramondo” orienta scelte e attività della ‘ndrangheta militare, la base “visibile”, il “sottomondo”. Non il solo. L’accusa aveva chiamato in causa Giorgio De Stefano, anche lui avvocato e anche lui con una condanna come concorrente esterno passata in giudicato. Cugino di quel Paolo De Stefano restituito dalla prima guerra di ‘ndrangheta come uno dei capi del nuovo corso. I due noti penalisti rappresenterebbero, nelle dichiarazioni dei collaboratori, “l’anello di giunzione tra mafia e politica”, persone che “appartengono contemporaneamente alla ‘ndrangheta e alla massoneria”. Accuse valse, il 30/7/2021, una condanna a 25 anni in primo grado per Romeo. Per De Stefano la condanna è invece arrivata nei primi due gradi del rito abbreviato, prima dell’annullamento (impunito come classe sociale: è questo il problema!) pronunciato dalla Cassazione a marzo 2022.

Il 18/1/2026 su Rai 3 con la trasmissione Report, i riflettori vanno ad analizzare un nuovo capitolo della parabola politica di Roberto Vannacci (a sin. foto sopra), disegnando un quadro che, se confermato, rischia di creare più di un imbarazzo a Matteo Salvini (a destra nella foto). Fondazioni parallele, raccolte di denaro, centri studi lanciati con figure legate alla massoneria: un mosaico che racconta un progetto autonomo, sempre più sganciato dal perimetro del Carroccio. Secondo l’inchiesta della squadra di Sigfrido Ranucci, l’eurodeputato e vicesegretario della Lega avrebbe dato vita a un soggetto finora rimasto nell’ombra, diverso e ulteriore rispetto alla già nota associazione “Il Mondo al Contrario”. Il nome è “Fondazione Generazione Xa” e, almeno sulla carta, porta la firma della persona a lui più vicina: la moglie Camelia Mihailescu, indicata come presidente. Di questa fondazione si sa poco o nulla. Non è chiaro quali attività concrete svolga, quali progetti sostenga, quali iniziative culturali o politiche promuova. Quello che emerge, però, è l’architettura economica: contributi che vanno da 300 a 5.000 euro, una forbice ampia che sembra pensata per intercettare sia piccoli sostenitori sia finanziatori più robusti. L’obiettivo, secondo quanto ricostruito da Report, sarebbe quello di creare una cassa di risorse per le future mosse del generale, in vista di un percorso politico autonomo che potrebbe non coincidere con quello della Lega. Ma il punto politicamente più delicato è proprio questo: il Carroccio non sarebbe stato informato della nascita della Fondazione. Un’iniziativa personale, che si aggiunge alle strutture già emerse nei mesi scorsi su Repubblica: di un centro studi, un direttore con una lunga appartenenza massonica con la sede in un castello della provincia di Alessandria.

Il centro studi si chiama “Rinascimento Nazionale” ed è stato lanciato a metà dicembre a Parma. Al fianco di Vannacci, come direttore, c’è Luca Sforzini (foto sopra), definito “un massone da trent’anni”. Un dettaglio che non è affatto secondario, se si considera che lo statuto della Lega vieta l’adesione ad associazioni legate alla massoneria senza un’esplicita autorizzazione del segretario federale. Ed è proprio su questa contraddizione che Ranucci costruisce una delle domande più scomode: come si concilia la rete di relazioni che ruota attorno al generale con le regole interne del partito che lo ha candidato e portato a Strasburgo? Un interrogativo che pesa ancora di più da quando Vannucci è entrato nella Lega perché dichiara di non aver mai versato un euro alle casse del partito della Lega. Il ritratto che esce è quello di un Vannacci inedito, capace di muoversi e giocare con più poteri contemporaneamente. Ma chi sono gli altri “fratelli” che il generale frequenta sempre più spesso? Il generale Vannacci costruisce attorno a sé una galassia di sigle, fondazioni e centri studi, quasi un partito nel partito. La puntata del 18/1, aggiunge nuovi tasselli a un puzzle che da tempo agita i piani alti del Carroccio. Salvini, finora ha scelto la linea della convivenza prudente col suo vicesegretario, consapevole del peso elettorale e mediatico del personaggio. Ma l’esistenza di strutture parallele e di canali di finanziamento autonomi potrebbe cambiare gli equilibri. Sul tavolo resta soprattutto la questione dei soldi. Chi finanzia davvero il progetto Vannacci? A cosa serviranno i fondi raccolti dalla Fondazione Generazione Xa? E soprattutto: fino a che punto un partito come la Lega può tollerare che uno dei suoi uomini più visibili costruisca un proprio esercito politico, con regole e reti che sfuggono al controllo della segreteria? Dietro la figura del generale non c’è solo un personaggio divisivo, ma il possibile embrione di un soggetto politico nuovo, capace di drenare consenso a destra e di parlare a un elettorato insofferente alle mediazioni di partito.

.

Bisogna pure che la verità venga su

dai tuguri poiché dall’alto non vengono

altro che menzogne.

L. Michel

.

Fuori il compagno Anarchico Cospito dal 41bis e dentro i politici massomafiosi!

Anarchia: l’unica coerente, l’unica via!

.

Cultura dal basso contro i poteri forti

Rsp (individualità Anarchiche)

Lascia un commento