Trump incontra i vertici di Big Oil: “100 miliardi di dollari per colonizzare il Venezuela” (parte 1)

ll 9 gennaio Il presidente USA Donald Trump, ha incontrato i vertici delle principali compagnie petrolifere, affermando che i giacimenti di petrolio di Usa e Venezuela insieme, costituiscono il 55% su scala mondiale. Trump non fa mistero sul controllo del petrolio venezuelano: “Discuteremo di come le grandi aziende americane possano contribuire a ricostruire rapidamente la fatiscente industria petrolifera venezuelana e a generare milioni di barili di petrolio a beneficio degli Stati Uniti, del popolo venezuelano e del mondo intero”, ha dichiarato in apertura dell’incontro. L’incontro alla Casa bianca avviene a meno di una settimana di distanza  dalla cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, leader sindacale e a poche ore dal sequestro da parte degli States della quinta petroliera legata al Venezuela, la Olina, con un’operazione militare simile a quella vista nelle ultime 4 settimane e cominciata col primo sequestro, il 10 dicembre, della Skipper, carica di greggio venezuelano diretto probabilmente in Cina o a Cuba. Il segretario di stato statunitense di origini italiane Marco Rubio e il segretario all’energia Chris Wright, hanno partecipato all’incontro.

In un post su Truth Social, Trump riporta la sua linea di intervento: “Almeno 100 miliardi di dollari saranno investiti dalle grandi compagnie petrolifere” “Gli Stati Uniti sono il n° 1 e stabiliremo il record nella trivellazione”, e saranno proprio gli Usa a decidere quali compagnie potranno lavorare in Venezuela e avviare le trivellazioni.

E a proposito di disastri ecologici perpetuati dall’uomo, facciamo un giro in Calabria.

Terra di accordi,  patti, e connivenze tra il mondo criminale e i ‘pezzi deviati’ dello stato. Non solo un laboratorio criminale quindi, ma un territorio ‘a perdere’, dove poter sperimentare le peggiori alleanze e poter occultare scorie di ogni tipo.

Ben oltre la ‘Terra dei fuochi’, qui non parliamo di ‘monnezza’ ma di rifiuti tossici, di scorie nucleari e materiale radioattivo.

Qualcosa che sarebbe iniziato già tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Lo dimostra il fitto scambio di comunicazioni, di cui i calabresi hanno dato conto qualche settimana fa. Comunicazioni tra pezzi dello stato, servizi segreti, forze dell’ordine, magistratura. Ma forse, non tutti giocavano nella stessa squadra. Fu un carteggio iniziato almeno dal 1992, dopo la decisione dell’allora governo presieduto da Matteo Renzi, a far toccare con mano quanto fosse già nella conoscenza di diverse autorità investigative circa il traffico di rifiuti tossici e radioattivi che avrebbero avuto per teatro la Calabria. Tra gli atti desegretati sulle ‘navi dei veleni’ e sull’omicidio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (foto sotto), ci sono anche quelle note dei servizi segreti con cui viene segnalato l’interesse delle cosche di ‘ndrangheta nello smaltimento illecito di scorie nucleari sul suolo calabrese.

Oggi è possibile documentare alla fine del 1992 la prima comunicazione ufficiale. Ma ‘riservata’. Come da DNA dei servizi segreti. È il 17/11/1992 quando gli 007 del Centro di Reggio Calabria, segnalano come i fratelli Cesare e Marcello Cordì, all’epoca latitanti, avrebbero gestito lo smaltimento illegale di rifiuti tossici e radioattivi provenienti da depositi del Nord e Centro Italia. Rifiuti sotterrati lungo i canali scavati per la posa in opera di tubi per metanodotti nel Comune di Serrata, in provincia di Reggio Calabria. I rifiuti, è scritto nella nota dei servizi, «verrebbero sotterrati, grazie alla copertura dei predetti fratelli, lungo canali scavati per la posa dei tubi del metanodotto in via di costruzione presso il fiume Mesima e più precisamente nella contrada Vasi». Addirittura, la nota dei servizi individua anche il mezzo utilizzato per effettuare la manovra. Un camion del Comitato Autotrasportatori CAARM. Contestualizziamo:‘cosa nostra’ ha appena ucciso i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in quel terribile 1992. Ovviamente, tutta l’attenzione è quindi concentrata sulla potenza e sulle connivenze della mafia siciliana. E così, la ‘ndrangheta imperversa. Con soggetti come il boss Giuseppe Morabito (foto sotto), il ‘Tiradritto’ di Africo (RC).

Catturato dal ros dei cc il 18/2/2004. In quel periodo, invece, il Tiradritto è latitante. Gli 007 segnalano come in cambio di una partita di armi, Morabito avrebbe concesso l’autorizzazione a far scaricare, nella zona di Africo, un non meglio precisato quantitativo di scorie tossiche. E presumibilmente, anche radioattive, trasportate tramite autotreni dalla Germania. Molti anni dopo, emergerà come in alcune zone di Africo vi sia un’incidenza tumorale e di malattie neoplastiche altissima per quel territorio. Gli atti desegretati alcuni anni fa dalla presidente della Camera, Laura Boldrini, mostrano anche come alla fine del 1994 i servizi segreti segnalassero l’esistenza di numerose discariche abusive di rifiuti tossico-radioattivi, ubicate nella zona aspromontana e nel Vibonese. Lì esponenti della cosca Mammoliti, avrebbero occultato sostanze pericolose provenienti dall’Est Europa. Via mare e via terra. Anche in questo caso, la segnalazione arriva ai servizi segreti dei ros. Ciò che colpisce è che dietro questi affari, vi sia la “grande ‘ndrangheta”. Quella dei Cordì e quella dei Morabito per la Locride. I Mammoliti (foto sotto), da sempre clan importante a cavallo della provincia di Reggio Calabria e di quella di Vibo Valentia. Ma anche di cosche che appartengono al gotha della ‘ndrangheta. Le famiglie che più di tutti hanno contribuito al ‘salto di qualità’ della criminalità organizzata calabrese. I servizi segreti segnalano infatti l’esistenza di un vasto traffico nazionale riguardante lo smaltimento illecito di sostanze tossiche e radioattive attraverso il conferimento in discariche abusive per conto di 3  famiglie storiche della ‘ndrangheta reggina: i De Stefano, i Tegano e i Piromalli. Si parla di circa 7000 fusti sparsi nelle discariche del Nord Italia, a opera delle cosche.                              

I servizi italiani arrivano anche a fare una mappatura: «Nella provincia di Reggio Calabria, i luoghi dove si trovano le discariche, per la maggior parte grotte, sono: Grotteria, Limina, Gambarie, Canolo, Locri, Montebello Jonico (100 fusti), Motta San Giovanni, Serra San Bruno (Cz), Stilo, Gioiosa Jonica, Fabrizia (Cz)». Altri tempi. Luoghi come Serra San Bruno e Fabrizia, ancora indicano la dicitura della provincia di Catanzaro. Fatti che riemergeranno solo molti anni dopo. Più di venti. Delle scorie invece, neppure l’ombra. Eppure l’intelligence parla anche di un traffico di uranio rosso. «Le discariche presenti in Calabria sarebbero parecchie, site oltre che in zone aspromontane, nella cosiddetta zona delle Serre (Serra San Bruno, Mongiana, ecc.). Nonché nel Vibonese». In quella zona la famiglia Mammoliti, competente per territorio, avrebbe occultato rifiuti tossici-radioattivi lungo gli scavi effettuati per la realizzazione del metanodotto in quell’area. Rifiuti che, stando alle note dei servizi, sarebbero arrivati dall’Est Europa per mare e per terra. Agli atti della Commissione Parlamentare sul Ciclo dei Rifiuti, anche le dichiarazioni del magistrato Alberto Cisterna,che per un determinato periodo, lavorerà al caso delle ‘navi dei veleni’ e dei traffici di scorie sul territorio calabrese.

«Va detto che in quel processo comparivano tante carte e non erano ben chiare le fonti. Questo si collega a quella vicenda su cui ho mantenuto una posizione precisa, ossia quando il servizio segreto militare offrì, nel cambio di titolarità, di proseguire nell’attività di collaborazione. Ricordo a mente che fosse una prosecuzione». Si, perché i servizi, c’erano eccome di mezzo: «Questa lettera arrivò in una doppia busta chiusa, cosa per me ignota. Ero stato giudice fino allora e, quindi, avevo poca esperienza di contatti che, per carità, magari sono anche normali. Operativamente anche in quegli anni si è lavorato con i Servizi, nella misura in cui offrivano ausilio informativo. Fino alla circolare Frattini, che fece divieto di queste forme di contatto. Non era il dato in sé che preoccupava. Quanto il fatto che non fosse chiaro in che cosa si dovesse estrinsecare questa collaborazione. D’accordo con il procuratore, la lettera venne cestinata e messa da parte, decidendo di non rispondere e di andare avanti per conto nostro». Abbastanza criptico (e inutile), il contributo del direttore del Sismi dell’epoca, il generale Sergio Siracusa: «Il Servizio è sempre stato molto interessato alle scorie radioattive e a che fine facessero queste scorie. Non solo le scorie delle centrali in funzione, ma era anche interessato alle centrali già dismesse, per lo stesso motivo, ed anche allo smantellamento delle armi nucleari dovute agli accordi successivi alla caduta del muro di Berlino […]. Nel sommario delle attività svolte nel 1994 e precedenti inviato al Presidente del Consiglio, c’è un capitolo proprio dedicato allo stoccaggio di materiale radioattivo, in cui si indicava con un certo dettaglio qual era stata l’attività svolta. Vale a dire il censimento delle centrali nucleari, tutte quelle di interesse, comprese quelle dell’Europa orientale, quindi della Russia, della Comunità di stati indipendenti intorno alla Russia» dirà Siracusa (foto sotto).

Dal giugno 2004 comincia la prima tappa della ricostruzione del caso Rosso, la motonave Paola che nel 1990 si è arenata su una spiaggia calabrese. Poi l’inchiesta si è allargata all’intera vicenda delle cosiddette ‘carrette del mare’, le navi che tra gli anni ‘80 e ‘90 sarebbero state affondate apposta col loro carico di scorie tossiche e nucleari. Un business di dimensioni planetarie che avrebbe coinvolto decine di nazioni, politici e faccendieri, servizi segreti e industriali, massoni e malavitosi. Ora i mass media sono venuti a conoscenza di un nuovo documento: un memoriale scritto da un ex capo della ‘ndrangheta anonimo, già in passato collaboratore di giustizia. Alla Direzione nazionale antimafia ha consegnato pagine scritte in prima persona, con episodi vissuti direttamente, dove le rivelazioni sull’affondamento doloso delle navi radioattive, si alternano quelle sui traffici internazionali di armi e sulle convergenze con uomini dello stato e dei servizi segreti. Il primo capo della ‘ndrangheta a capire l’importanza del business dei rifiuti tossici e radioattivi è stato Giuseppe Nirta (foto sotto). Nel 1982 era il responsabile del territorio di San Luca e Mammasantissima (il vertice supremo dell’organizzazione malavitosa).

Il pentito raccontò ai magistrati che Nirta gli aveva spiegato che gli era stato proposto dal ministro della Difesa Lelio Lagorio, col quale aveva rapporti tramite l’ex sottosegretario ai Trasporti Nello Vincelli e l’onorevole Vito Napoli, di stoccare bidoni di rifiuti tossici e occultarli in zone della Calabria da individuare. «A Roma volevano sotterrarli in alcuni punti dell’Aspromonte e nelle fosse naturali marine che c’erano davanti alle coste ioniche della Calabria. Nirta però non voleva prendersi da solo questa responsabilità, avrebbe quindi convocato i principali capi della ‘ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria per decidere cosa fare. Mi raccontò anche che, sia la camorra napoletana che la mafia siciliana, erano già state interpellate sullo smaltimento dei rifiuti, e che avevano approvato il business. Poi ci furono anche una serie di riunioni nei mesi successivi che si svolsero all’aperto presso il santuario di Polsi, sui monti alle spalle di San Luca, dove si teneva anche l’incontro annuale di tutta la ‘ndrangheta. Agli incontri parteciparono le famiglie di Melito Porto Salvo nella persona di Natale Iamonte, di Africo nella persona di Giuseppe Morabito (‘u Tiradrittu), di Platì nella persona di Giuseppino Barbaro, di Sinopoli nella persona di Domenico Alvaro, di Gioiosa Marina nella persona di Salvatore Aquino e naturalmente di San Luca nella persona di Giuseppe Nirta. Da queste riunioni [scrive l’ex boss pentito], alla fine fu deciso di entrare nel grande affare dei rifiuti pericolosi, con l’accordo che ogni famiglia avrebbe gestito le attività nel rispetto reciproco ma per i fatti propri. Si cercò così di trovare siti che fossero fuori dalla Calabria, oppure all’estero, e alla fine la scelta cadde per quanto riguarda l’Italia sulla Basilicata, perché terra di nessuno dal punto di vista della malavita. Quanto all’estero, si presero contatti con la mafia turca, referente della ‘ndrangheta per l’acquisto dell’eroina, e la persona a cui facemmo riferimento era Mehmet Serdar Alpan, il quale è stato anche finanziatore dei Lupi Grigi, un movimento estremista nazionalista turco che ha tra i suoi fondamenti ideologici l’ideale del panturchismo, un movimento ideologico che cerca di promuovere l’unione di tutti i popoli turchi, la xenofobia nei confronti delle minoranze etnico-religiose in Turchia e un generale atteggiamento militarista e parafascista.     

[Continua il boss pentito:] Il mio primo impegno diretto nel campo dei rifiuti pericolosi è avvenuto alla fine del 1986, anche se l’operazione ebbe un prologo nella primavera del 1983. Fu allora [spiega l’ex boss nel suo memoriale], “che venne inviato a Roma da Sebastiano Romeo, il quale nei mesi precedenti era succeduto a Nirta come capo della famiglia di San Luca. Voleva che incontrassi l’avvocato Giorgio De Stefano (a sin. nella foto sopra), cugino del boss Paolo De Stefano (a destra) della famiglia reggina e uomo con potenti agganci politici. Romeo mi disse che dovevo farmi indicare da lui in quali nazioni estere ci fossero entrature per smaltire i rifiuti tossici e radioattivi. De Stefano mi disse che il posto ideale era la Somalia e per questo sarebbe stato utile prendere contatti con i vertici del Partito socialista. Poi, sempre tramite l’avvocato De Stefano, ebbi un appuntamento a Roma con Pietro Bearzi, allora segretario generale della Camera di commercio per la Somalia. Ci vedemmo e gli dissi esplicitamente che avevamo individuato la Somalia per smaltire i rifiuti tossici e radioattivi, e quindi gli chiesi se fosse in grado di aiutarci. Un disturbo, gli dissi, che gli sarebbe stato retribuito con generosità. Lui mi diede la sua disponibilità, chiedendomi a che livello ci muovessimo, e io risposi che avevamo i necessari referenti politici. Di quelle questioni non ci occupammo fino all’ottobre del 1986, quando vivevo a Reggio Emilia per gestire il traffico di droga della famiglia di San Luca in Emilia Romagna e Lombardia. In questo contesto facevo affari con la famiglia Musitano di Platì, il cui capo era Domenico, detto ‘u fascista’ per il suo piglio da dittatore, il quale era libero in attesa di processo ma che per un’ordinanza non poteva risiedere in Calabria, ragione per cui si era trasferito a Nova Siri, in provincia di Matera. Mi chiese un incontro e mi disse che c’erano da far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi.

Prima di tutto gli domandai quanto ci avremmo guadagnato, e chi gli aveva prospettato questo lavoro. Mi spiegò che era stato avvicinato dal dottor Tommaso Candelieri dell’Enea di Rotondella (foto sopra), il quale stoccava in quel periodo rifiuti provenienti da Italia, Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti, e che in quel preciso momento aveva l’esigenza di far sparire questi fusti che erano stati depositati in due capannoni dell’Enea stessa. Quanto ai soldi, avrei intascato 660 milioni per tutte le fasi dell’operazione.».

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Abolire l’autorità significa abolire il monopolio

Della forza e dell’influenza; significa abolire

Quello stato di cose per cui la forza sociale,

cioè la forza di tutti, è fatta strumento

del pensiero, della volontà, degli interessi

di un piccol numero di individui, i quali,

mediante la forza di tutti, sopprimono,

a vantaggio proprio e delle proprie idee,

la libertà di ciascuno.

E. Malatesta

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Solidarietà a tutte e tutti i compagni anarchici ingiustamente incarcerati.

Anarchia: l’unica via!

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Cultura dal basso contro i poteri forti

Rsp (individualità Anarchiche)

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