
«Sembrava tutto pronto [scrive l’anonimo pentito], ma Musitano fu ucciso dalla ‘ndrangheta davanti al tribunale di Reggio Calabria, dove era stato convocato per un’udienza. Questo fermò momentaneamente il nostro lavoro, che però riprese nel 1987, perché lo stesso Musitano poco prima di morire mi aveva presentato Candelieri, col quale avevo stretto i primi accordi nel corso di un incontro a casa del Musitano stesso. La nave che usammo per l’operazione [continua il memoriale], si chiamava Lynx, era di proprietà della società Fyord Tanker Shipping di Malta e il broker era la Fin-Chart, la quale aveva sede a Roma ed era legata alla società svizzera Achair & Partners. Entrambe facevano capo alla società Zuana Achire, che aveva sede a Singapore e il cui amministratore era il cittadino indonesiano Gurda Ceso. La nave Lynx era stata noleggiata dalla società con sede aOpera Jelly Wax, di Renato Pent, al quale avevo chiesto una copertura dopo che mi era stato segnalato dal segretario generale della Camera di commercio italo-somala Pietro Bearzi. Secondo i nostri calcoli però nella stiva ci sarebbero stati solo 500 bidoni, e dunque si poneva il problema di dove smaltire gli altri 100. Fu così che decidemmo di procedere con un doppio piano: 500 fusti sarebbero partiti per la Somalia, mentre i rimanenti 100 sarebbero stati nascosti in Basilicata. Per l’esattezza, diedi ordine che fossero trasportati e seppelliti nel comune di Pisticci, in località Coste della Cretagna, lungo l’argine del fiume Vella. Partecipai direttamente all’operazione, che si svolse nel 1987, [racconta l’ex boss]. Partimmo con i 40 camion caricati a Rotondella [sito nucleare Itrec gestito da Sogin in provincia di Matera] verso le 2 di notte e un’ora dopo arrivammo con 7 o 8 di essi al fiume Vella, dove era stata predisposta la buca che fu riempita con i bidoni e poi ricoperta. A preparare la fossa erano stati i macchinari messi a disposizione da Agostino Ferrara, uomo di Musitano che abitava a Nova Siri. Nelle stesse ore, gli altri camion proseguivano per il porto di Livorno, dove li aspettava la Lynx e dove, finito il lavoro in Basilicata, sopraggiunsi anch’io a bordo della mia Lancia Thema con Giuseppe Arcadi.

Le fatture con descrizioni false per imbarcare le scorie tossiche e radioattive, erano state preparate da un commercialista di Milano, che mi era stato presentato dal commercialista Vito Roberto Palazzolo [foto sopra]di Terrasini (oggi latitante), ed erano intestate alla International consulting office di Gibuti. La nave partì da Livorno diretta a Gibuti, ma invece di attraccare raggiunse Mogadiscio. A quel punto, entrò in azione l’appoggio che avevo chiesto al segretario generale della Camera di commercio italo-somala, il quale aveva organizzato camion e manodopera per lo scarico dalla nave e il carico su camion. I rifiuti, sono stati portati alla foce morta del fiume Uebi Scebeli, dove sono stati seppelliti in accordo con il capo tribù della zona Musasadi Yalaitow. Tutto il lavoro [racconta sempre l’ex boss], ci costò 260 milioni, che furono aggiunti al compenso. Quanto ai 660 milioni concordati, provenivano dal conto criptato ‘whisky’ della Banca della Svizzera italiana di Lugano. Il faccendiere Marino Ganzerla mi diede appuntamento nella stessa Lugano ai primi di febbraio e mi pagò in contanti per conto di Candelieri. Mi consegnò la cifra in dollari, e io inviai 500 milioni di lire alla famiglia di San Luca. Questa volta fui io a contattare Candelieri. Nel novembre del 1992 gli chiesi per conto sempre della famiglia di San Luca se ci fossero affari da svolgere. Andai personalmente nel suo ufficio all’Enea di Rotondella e la sua risposta fu che ‘in quel campo il lavoro non manca mai’. In questo caso si riferiva al trasporto di altri mille bidoni di rifiuti tossici e radioattivi. Specificò che c’erano fanghi e rifiuti ospedalieri e che si trattava di ossido di uranio, cesio e stronzio, il tutto contenuto in fusti che a loro volta erano stati sistemati in 20 container lunghi 25 metri e alti 6 di proprietà della società Merzario Marittima, che tra l’altro controllava per conto delle autorità somale l’ingresso delle navi nel porto nuovo di Mogadiscio.

Per organizzare il tutto [scrive l’ex boss], contattai Mirko Martini [foto sopra], che ho conosciuto nel 1992. Il suo nome mi era stato fatto da Giuseppe Romeo, fratello del boss Sebastiano, che lo aveva conosciuto personalmente e mi aveva garantito essere la persona giusta per i nostri affari. Preciso che Martini era un faccendiere col titolo di conte che abitava a Piacenza e aveva la residenza anche a Mogadiscio, dove era in affari con Omar Mugne, titolare della Shifco, società proprietaria delle navi che il governo italiano aveva regalato a quello somalo. Durante una cena all’hotel Hilton di Milano [continua], ho spiegato allo stesso Martini che dovevo trasportare rifiuti pericolosi in Somalia e avevo bisogno di appoggi nel porto. Lui mi ha risposto dicendomi letteralmente di essere ‘intimo del presidente ad interim della Somalia Ali Mahdi [foto sotto], nonché uomo dei servizi segreti italiani e collegato a buon livello alla Cia americana’, aggiungendo che per quanto riguardava la Somalia non c’era alcun problema per fare entrare qualsiasi cosa. Inoltre mi ha spiegato che aveva già in ballo un traffico di armi che doveva fare arrivare a Mogadiscio per conto di Ali Mahdi, e mi ha chiesto di procurargli quelle armi per realizzare un’unica spedizione con 2 navi che avrebbe recuperato lui stesso.

I pescherecci in questione [spiega l’ex boss], “erano il Mohamuud Harbi e l’Osman Raghe, entrambi di proprietà della Shifco, che a sua volta faceva capo alla Al Mahdi Group Company. Le armi erano 75 casse di kalashnikov, 25 casse di munizioni e 30 di mitragliette Uzi, che furono caricate in Ucraina dalla fabbrica Ukrespets Export a bordo della nave Jadran Express con bandiera maltese, affittata per mio conto dall’avvocato Pasquale Ciola di Ostuni e dal suo amico Pasquale Locatelli, i quali avevano società a Gibilterra, Cipro e in Croazia che si chiamavano Rio Plata Limited e Business investiment company. La Jadran [racconta], fece scalo a Trieste, dove le armi furono caricate su due camion e trasferite nel porto di La Spezia, luogo in cui furono trasbordate dentro un capannone portuale in attesa di essere reimbarcate sulla Mohamuud Harbi. Nel frattempo, Martini versava alla Ukrespets Export 375 milioni di lire facendo una transazione tramite la Kreditna Banka di Trieste. Io invece mi sono in parallelo preoccupato di organizzare il traffico dei rifiuti tossici e radioattivi. La Merzario Marittima ha fornito, oltre ai container, anche 20 camion, che hanno caricato i rifiuti presso la centrale Enea del Garigliano, dove c’era anche Candelieri a sovrintendere le operazioni. Dopodiché i rifiuti sono arrivati al porto di Livorno e sono stati caricati sulla Osman Raghe. Le navi Mohamuud Harbi e Osman Raghe partirono dall’Italia in contemporanea e arrivarono nei primi giorni del febbraio 1993 nel porto nuovo di Mogadiscio.

Lì [si legge], aspettavano uomini e mezzi messi a disposizione da Giancarlo Marocchino [foto sopra], caro amico di Mirko Martini e in quel momento molto potente in Somalia. Le armi furono a quel punto portate al quartier generale di Ali Mahdi, mentre i rifiuti vennero trasferiti in diversi punti. Un quarto è stato seppellito al chilometro 150 della strada tra Berbera e Sillil, nella zona costiera del Bosaso. Un altro quarto è stato portato alla foce del fiume Webi Jubba, vicino al confine col Kenia. Un altro quarto ancora è stato seppellito nel breve tratto di strada tra Dhurbo e Ceel Gaal, nel Bosaso, e l’ultimo quarto è stato seppellito sotto la strada Garoe-Bosaso, al chilometro 37,700. Il contatto Abdoullahi Yussuf per la disponibilità del territorio ha voluto 1 miliardo 200 milioni di lire, che gli furono pagati da Candelieri in Svizzera presso il Credit Suisse di Lugano. Io ho preso da Candelieri 8 miliardi 800 milioni in contanti, che ho ritirato alla Hellenic Bank di Sarajevo. Di questi, 350 milioni andarono a Mirko Martini, 300 li ho spesi in organizzazione varia, 200 milioni servirono per pagare il trasporto delle navi, mentre a Marocchino feci avere 400 milioni tramite Marino Ganzerla. Alla fine, festeggiai il buon esito con diversi membri della famiglia Romeo affittando l’intero ristorante ‘Piccolo padre’ a Milano, nei pressi di piazza Cinque giornate. In quel periodo il traffico dei rifiuti tossici e radioattivi era molto praticato.

Diversi erano i faccendieri che con coperture varie svolgevano questo genere di attività per conto dei governi internazionali, i quali già negli anni ‘80 non sapevano dove piazzare questi materiali pericolosi. Uno dei personaggi più importanti che mi è capitato di conoscere [si legge nel memoriale del pentito], è stato l’ingegner Giorgio Comerio, il quale gestiva il progetto Odm (Oceanic disposal management), messo a punto dalla Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e poi da lui gestito in autonomia per sparare pattumiera radioattiva dentro missili sotto i fondali marini. Comerio si muoveva a livelli governativi internazionali, lui stesso mi raccontò che i fondali della Sierra Leone erano i migliori per la sua attività, in quanto accoglievano i suoi siluri con i rifiuti radioattivi. Preciso [scrive sempre l’ex boss], che ho conosciuto Comerio ai primi dell’aprile 1993 a Cetinje, ex capitale del Montenegro, una cittadina tra le montagne jugoslave. Ci ero andato per incontrarmi con il latitante per associazione a delinquere Giuseppe Giorgi [foto sotto], che faceva parte della famiglia di San Luca.

Ci siamo poi rivisti alla metà di aprile in un ristorante di San Bovio di Garlasco, in provincia di Pavia, dove Comerio abitava in una villa che mi mostrò dall’esterno. Nel frattempo mi era giunta richiesta da parte di un membro della milizia ustascia di un certo quantitativo di armi, per cui chiesi a Comerio se avesse entrature in qualche fabbrica. Lui mi rispose che aveva ottimi rapporti con la tedesca Thyssen [foto sotto], e che mi dava volentieri quel contatto in quanto aveva una percentuale sulle vendite procurate.

L’affare si fece nel 1994, mentre ero in carcere a Padova per traffico di stupefacenti. Sempre con Giorgio Comerio [continua l’ex boss], la famiglia di San Luca ha fatto nel 1995 un altro affare che riguardava il niobio, solitamente utilizzato per costruire reattori nucleari. Comerio in quell’occasione chiese a Giuseppe Giorgi, detto ‘u capra, genero del boss Sebastiano Romeo, di trasportare una certa quantità di quella sostanza, e la cosa andò in porto. Il niobio fu caricato su un container e trasportato con un aereo della Air Cess da Budapest alla Sierra Leone, dove Giuseppe Giorgi in persona lo consegnò ai responsabili della società Transavia. La famiglia di San Luca ricevette in cambio 250 milioni di lire, e non fu un episodio sporadico. Lo stesso Comerio mi raccontò che già negli anni ‘80 aveva avuto diversi contatti con la ‘ndrangheta, e in particolare con Natale Iamonte, capo dell’omonima famiglia di Melito Porto Salvo, che lo aveva aiutato riguardo all’affondamento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi in acque internazionali davanti alla costa ionica calabrese. Comerio mi spiegò che affondava navi cariche di rifiuti pericolosi per ottenere un doppio guadagno, sia da parte di chi commissionava il trasporto, sia da parte dell’assicurazione che veniva frodata. Le sue parole mi sono state poi confermate dallo stesso Iamonte, il quale mi ha spiegato come Comerio gli avesse chiesto di fornirgli il personale di bordo per l’affondamento della Riegel, la nave della società May Fair Shipping di Malta, noleggiata dalla Fjord Tanker Shipping, mandata a picco nel settembre del 1987 davanti a Capo Spartivento. Iamonte mi disse che l’affondamento era avvenuto 25 miglia fuori dalle acque territoriali. La ‘ndrangheta aveva fornito il capitano e il suo aiuto italiano, mentre il resto dell’equipaggio veniva da varie nazioni. Sempre Iamonte ha fatto partire un motoscafo dalla costa con i candelotti di dinamite per mandare a picco la Riegel, dopodiché il capitano e l’aiuto sono stati riportati sulla costa di Capo Spartivento, mentre l’equipaggio è stato prelevato dalla nave jugoslava Karpen collocata in zona, che l’ha portato in Tunisia.

Io stesso [continua l’ex boss], mi sono occupato di affondare navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi. Nel settore avevo stretto rapporti nei primi anni ‘80 con la grande società di navigazione privata Ignazio Messina, di cui avevo incontrato un emissario con il boss Paolo De Stefano di Reggio Calabria. Abbiamo parlato della disponibilità di fornire alla famiglia di San Luca navi per eventuali traffici illeciti. Fu assicurato che non ci sarebbero stati problemi. Per la precisione nel 1992, quando nell’arco di un paio di settimane abbiamo affondato tre navi indicate dalla società Messina: nell’ordine la Yvonne A, la Cunski e la Voriais Sporadais. Giorgi venne a trovarmi a Milano, per organizzare l’operazione per tutte le navi. La Yvonne A, ci disse la Ignazio Messina, trasportava 150 bidoni di fanghi, la Cunski 120 bidoni di scorie radioattive e la Voriais Sporadais 75 bidoni di varie sostanze tossico-nocive. Ci informò anche che le imbarcazioni erano tutte al largo della costa calabrese in corrispondenza di Cetraro, provincia di Cosenza.

La Yvonne A andò per prima al largo di Maratea, la Cunski si spostò poi in acque internazionali in corrispondenza di Cetraro e la Voriais Sporadais la inviammo per ultima al largo di Genzano. Poi facemmo partire 3 pescherecci forniti dalla famiglia Muto e ognuno di questi raggiunse le 3 navi per piazzare candelotti di dinamite e farle affondare, caricando gli equipaggi per portarli a riva. Gli uomini recuperati [si legge ancora nel memoriale], sono stati messi su treni in direzione nord Italia. Finito tutto, io tornai a Milano, mentre Giuseppe Giorgi andò a prendere dalla Ignazio Messina i 150 milioni di lire per nave che erano stati concordati. So anche che nel 1994 la famiglia di San Luca ha acquistato tre navi. Una in Norvegia che si chiamava Aoxum, presa tramite Valentino Foti, italiano residente a Bruxelles nel consiglio di amministrazione della banca svizzera Fimo A.G., un’altra che si chiamava Marylijoan acquistata in Francia a Marsiglia dal faccendiere siciliano Cipriano Micciché e una terza che si chiamava Monika acquistata in Germania a Baden Baden tramite il faccendiere di Lubiana Dusan Luin. Tutti e tre gli acquirenti erano vicini alla ‘ndrangheta e membri della Loggia massonica Montecarlo [P2], con il numero di inserimento 33.

Io e la famiglia di San Luca avevamo rapporti diretti con alcuni esponenti in vista dei servizi segreti. Come ho già scritto, nei primi anni ‘80 Giuseppe Nirta convocò una riunione dei capi dopo essere stato contattato dal ministero della Difesa, e proprio in quel momento era stato contattato anche da due collaboratori del Sismi, Giorgio Giovannini e Giovanni Di Stefano, i quali chiesero alla famiglia di San Luca se fossero disposti a fornire manodopera per trasportare rifiuti tossici e radioattivi in Somalia per conto di aziende italiane che non sapevano più dove ficcarli. Della cosa [scrive ancora l’ex boss della ‘ndrangheta], era al corrente il segretario del Psi Bettino Craxi, il quale però non seguiva questo genere di affari ma lasciava appunto che se ne occupassero i servizi. Era in occasione dell’affare con l’Enea di Rotondella. Ci serviva la copertura al porto di Livorno per caricare i bidoni, e lui ce la procurò. Quando ci presentammo, un suo uomo ci disse che nessuno ci avrebbe disturbato, e così è stato. Anche nel 1993 il business con l’Enea coinvolse Corneli. Anche questa volta ci fornì la protezione, sia al porto di La Spezia sia a quello di Livorno.

Io partii in auto da Milano con Consolato Ferraro, rappresentante della ‘ndrangheta reggina per la Lombardia, e quando arrivammo ci sedemmo a tavola con De Michelis [a destra foto sopra] e Attilio Bressan, un imprenditore del luogo che avevo già conosciuto in precedenza ed era molto amico del ministro. Quell’anno c’erano stati gli omicidi di Falcone e Borsellino, ed era stata modificata la cosiddetta legge sui pentiti. Lui diceva che se anche questi pentiti avessero svelato fatti legati alla politica, sarebbe stato un boomerang, in quanto i politici si sarebbero comunque tirati fuori e si sarebbero vendicati. Inoltre parlai con De Michelis di Somalia, armi e rifiuti. Lui sosteneva che i politici avrebbero potuto trasportare qualunque cosa anche senza la collaborazione della ‘ndrangheta, e che ci usavano per comodità. Io gli risposi che era vero quello che diceva, ma era vero anche che i politici si potevano sedere in Parlamento grazie ai nostri voti. De Michelis disse che se avevamo bisogno di comprare locali, potevamo rivolgerci a Paolo Pillitteri [foto sotto con Craxi], e così facemmo.

Fu deciso nel corso di una riunione tra vari boss che avvenne subito dopo a Milano nel ristorante ‘Pierrot‘, in zona Ripamonti, alla quale partecipai anch’io. In quell’occasione Antonio Papalia, rappresentante della ‘ndrangheta zona aspromontana in Lombardia, si offrì di presentarci Pillitteri, con cui aveva già concluso affari. La presentazione avvenne nel suo ufficio di piazza Duomo e oltre a Papalia c’eravamo io, Stefano Romeo e Giuseppe Giorgi. Grazie ai buoni uffici di Pillitteri, la famiglia di San Luca ha perfezionato l’acquisto di un bar in Galleria Vittorio Emanuele e di altri locali.».
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Voi avete paura dell’insurrezione.
la si farà quando il popolo lo vorrà
e non quando la polizia ne avrà bisogno.
L. Michel
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Nè col potere della Nato, nè col potere della Russia
Solidarietà a tutte e tutti i compagni anarchici ingiustamente incarcerati.
Anarchia: l’unica via!
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Cultura dal basso contro i poteri forti
Rsp (individualità Anarchiche)