Il 12/3/2026 è morto l’ex dirigente massomafioso dei servizi segreti Bruno Contrada

Bruno Contrada (foto sopra), era noto per una complessa vicenda giudiziaria, conclusa nel 2017 con la riabilitazione dopo una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. Ex dirigente dei servizi segreti, accusato di essere stato complice della mafia, è morto a 94 anni. Contrada fu arrestato per la prima volta nel 1992 e venne condannato nel 2007 in via definitiva a 10 anni di reclusione, di cui 4 in carcere, 4 ai domiciliari e 2 scontati per buona condotta. Prima di essere accusato di aver aiutato la mafia, Bruno Contrada aveva avuto una lunga carriera in polizia, gli fu affidata la direzione della squadra mobile di Palermo. Nel 1982 iniziò a lavorare per i servizi segreti civili (allora chiamati SISDE, oggi AISI) e nel 1986 divenne il 3° dirigente dell’agenzia in ordine di importanza. Contrada fu arrestato su ordine della procura di Palermo nel 1992 con l’accusa di essere «a disposizione di Cosa nostra» sulla base di una serie di dichiarazioni fatte da alcuni collaboratori di giustizia, tra loro: Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo (foto sotto) e Rosario Spatola.

Si parla di fatti risalenti all’inizio degli anni ’90, gli anni dell’omicidio del parlamentare siciliano della DC  Salvo Lima (12/3/1992) e dell’imprenditore Ignazio Salvo (17/9/1992), delle stragi palermitane di Capaci (23/5/1992) e di via D’Amelio (19/7/1992) contro i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, delle bombe in via dei Georgofili a Firenze (27/5/1993) e in via Palestro a Milano (27/7/1993), delle autobombe esplose a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro a Roma, e del fallito attentato contro il giornalista Maurizio Costanzo (14/5/1993). Il primo pentito ad accusare Contrada di collusione con la mafia era stato Tommaso Buscetta nel 1984: disse di aver saputo da Rosario Riccobono (mafioso vicino a Riina), che Contrada gli passava informazioni sulle operazioni della polizia. Nel 1992 furono raccolte una serie di altre testimonianze che nel corso del primo processo contro di lui arrivarono a essere una decina.

Vi furono soprattutto quelle di Tommaso Buscetta (foto sopra), Giuseppe Marchese e Rosario Spatola: tutti avevano parlato di un legame tra Contrada e vari boss mafiosi. Le accuse nei confronti di Contrada furono formalizzate solo nel 1992; la più grave fu quella di aver fatto una soffiata per far fuggire il boss Totò Riina. Diversi magistrati che all’epoca lavoravano nel cosiddetto “pool antimafia” hanno sostenuto che Contrada fosse visto con sospetto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dopo essere stato condannato a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, Contrada si rivolse alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dicendo che nel processo in cui era stato condannato era stato violato l’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti umani, quello che stabilisce che nessuno possa «essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale.

Nel 2015 la Corte riconobbe la violazione: i giudici dissero che Contrada (foto sopra), non avrebbe dovuto essere condannato perché «il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso è il risultato di un’evoluzione della giurisprudenza italiana posteriore all’epoca in cui lui avrebbe commesso i fatti per cui è stato condannato». All’epoca dei fatti, cioè tra il 1979 e il 1988, il reato per cui Contrada era stato condannato a 10 anni di carcere non «era sufficientemente chiaro». Nel 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva già condannato l’Italia per non aver concesso a Contrada gli arresti domiciliari nonostante le gravi condizioni di salute. Nel 2017 la Corte di Cassazione revocò la condanna a 10 anni, seguendo l’impostazione della Corte europea dei diritti dell’uomo: la Cassazione stabilì che la condanna precedente era nulla, affermando implicitamente che non avrebbe dovuto essere processato, perciò ha confermato in via definitiva, il risarcimento a favore di Bruno Contrada, ex numero 3 del Sisde, per un importo di 285.000 euro a titolo di riparazione per ingiusta detenzione. Anche Giulio Andreotti (a destra nella foto con Licio Gelli), fino al 1980, ha avuto rapporti quantomeno amichevoli con un certo numero di boss mafiosi. Questa data, processualmente, gli ha portato in dono la prescrizione dall’accusa di associazione a delinquere, ma ha anche un preciso significato storico: prima di allora la mafia era un male considerato quasi necessario anche dallo stesso stato, che in un modo o nell’altro ha per decenni scelto di venire a patti con questo ‘tenebroso sodalizio’ (patto STATO-MAFIA).

Per 15 anni, dal 1969 al 1984, l’Italia è stato un paese insanguinato dalla logica del terrorismo di stato, che ha fatto 150 morti, 652 feriti. Passò alla storia come il periodo dello “stragismo di stato” e condizionò la vita democratica di un’intera nazione fino ai giorni nostri. Gli stragisti erano: piduisti, golpisti, politici, esponenti dei servizi segreti e militari, manovalanza neofascista; tutti colpevoli, a vario titolo, di esecuzione materiale e depistaggio, di omissioni e occultamento della verità sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia degli anni ’70, pressappoco da piazza Fontana (Milano il 12/12/1969) all’attentato alla stazione di Bologna (2/8/1980), passando per piazza della Loggia (Brescia, 28/5/1974).

Il Piano militare della NATO anticomunista  chiamato “strategia della tensione” indicava quella serie di azioni terroristiche, ma non solo, dirette a impedire ogni sviluppo della politica italiana in senso riformista. Come è noto si trattò di una strategia che aveva come sfondo significativo la Guerra fredda: comunismo (URSS), contro anticomunismo (CIA, USA, Nato) che, con diversi attori e articolazioni, non necessariamente dirette da un solo soggetto interno o esterno, in nome dell’anticomunismo e di una ottusa pregiudiziale nei confronti del Partito comunista, limitò pesantemente la libertà e la democrazia anche in Italia. L’espressione ‘destabilizzare per stabilizzare’, esprime molto bene quali erano gli obiettivi degli attentati e dei mandanti, infatti non si trattava di fare dell’Italia un’altra Grecia, quella del colpo di stato militare del 1967, la “dittatura dei colonnelli”, come viene chiamato il regime instaurato dai militari organizzatori del colpo di stato che durerà fino al 1974 nella penisola Ellenica (nella foto sotto, i componenti della giunta dei colonnelli pochi giorni dopo il colpo di stato. Al centro il re Costantino II), ma si voleva bloccare la pace in una infinita glaciazione conservatrice imputando alla sinistra italiana il caos sociale e gli attentati.

Tuttavia quello che emerge è il profilo di uno stato italiano che, nonostante sia stato attraversato da zone oscure e da ignobili civil servants, è riuscito solo a far luce, almeno parzialmente, sui responsabili materiali delle stragi. L’Italia democratica ha retto di fronte alle spinte eversive del terrorismo di destra e, sebbene con enormi difficoltà e lentezza, è riuscita a fare luce sulle trame dei nemici della Repubblica. Alla fine sono riusciti ad individuare con precisione gli ambienti politici da cui la strategia eversiva è nata: i gruppi neofascisti e neonazisti e in particolare Ordine Nuovo. Gruppi che hanno intrecciato la loro attività con settori dei servizi segreti italiani e stranieri, delle forze armate, delle istituzioni, del mondo imprenditoriale e di organizzazioni a cavallo tra la dimensione nazionale e internazionale, come la P2, nei suoi ulteriori oscuri intrecci col mondo della criminalità organizzata.

La commissione stragi a fine anni ‘90, dopo 50 anni, toglie il segreto militare! Tra giudici e storici ci sono dei punti in comune, già ne parlava in un grande saggio Piero Calamandrei. Uno storico, dalla lettura degli atti processuali desegretati, può cogliere e argomentare meglio la continuità ideologica e l’identità di obiettivi politici dello stragismo laddove i processi sono frammentati e stralciati in più parti; dove il magistrato è costretto a fermarsi nell’accertamento delle colpe individuali (il ‘non luogo a procedere’), lo storico invece può inserirsi e individuare le responsabilità storiche e intellettuali, cercando di rendere meno insopportabile l’incompiutezza della verità giuridica. Il disegno politico della lega meridionale dietro al periodo delle stragi raccontato da Roberto Scarpinato: “Cosa Nostra assume ruolo di braccio armato e Gelli il gran maestro P2 massone, sovvenzionatore…”. L’ex magistrato intervistato da Andrea Purgatori (foto sotto), inizia il racconto passando dal Sud, dal regno delle mafie come pensato dai mafiosi e come spiegato da Graviano dal carcere. “Chi sono le menti raffinatissime e le mani che si muovono dietro gli attentati? Dove è la regia? Quali sono gli obiettivi nascosti dai depistaggi? Perché all’improvviso le stragi finiscono? Dietro le stragi di mafia: talpe, complici e vuoti a perdere”; la strategia eversiva di Cosa Nostra perseguita da Matteo Messina Denaro e dai fratelli Graviano, fin dalla prova generale dell’attentato a Rocco Chinnici, primo capo del pool antimafia ucciso il 29/7/1983.

L’Italia, con circa 120 installazioni di diversa natura e gestione presenti sul territorio, è uno dei Paesi con la concentrazione più alta di basi NATO e di strutture militari americane in tutta Europa. Sono state installate a partire dal 1951 grazie a una serie di accordi bilaterali tra Roma e Washington. Formalmente le basi rientrano all’interno della sovranità italiana, mentre agli Stati Uniti spetta il controllo operativo. I militari italiani sul territorio italiano sono circa 13 mila, impegnati a vario titolo in servizi di logistica, intelligence, unità operative e comando. Trump: “l’invasione di terra una perdita di tempo”. Secondo le dichiarazioni dell’Unicef diffuse nei primi giorni di marzo 2026, quasi 200 bambini sono stati uccisi dall’inizio dell’escalation militare in Medio Oriente, in particolare in relazione al conflitto che coinvolge l’Iran. Le tipologie di basi si dividono in basi Nato gestite dall’alleanza ANTICOMUNISTA, basi italiane messe a disposizione della Nato e basi a comando condiviso tra Italia, USA e Nato. Le basi Nato sono quelle di Aviano, in Friuli, Sigonella in Sicilia, CasermaEderle e Base Del Din in Veneto, Camp Darby in Toscana, la Naval Support Activity in Campania e Lazio e Ghedi in Lombardia. La base più nota è quella di Sigonella, definita la ‘portaerei del Mediterraneo’, teatro nel 1985 dello scontro tra il governo Craxi e l’amministrazione Reagan in occasione della crisi dell’Achille Lauro.

Sigonella è una base “mista”, ovvero sotto il controllo italiano, ma usata dalla marina e dall’aeronautica americana. La base siciliana ospita i droni MQ-9 Reaper e velivoli di sorveglianza EP-3. Altra base di primo piano è quella di Aviano, in Friuli, utilizzata come hub di rifornimento per i raid aerei in Iraq, Afghanistan, Kosovo e Libia. È una delle più grandi basi aeree USA in Europa, ospita il 31° Fighter Wing con caccia F-16 e anche delle testate nucleari all’idrogeno di tipo B61-4 (foto sotto). Testate nucleari americane dovrebbero essere presenti anche nella base di Ghedi, in provincia di Brescia. Anche in questo caso l’informazione è top secret. Tra le basi chiave anche quella di Camp Darby, in provincia di Pisa (anche se si tratta di una base italiana dove operano anche militari statunitensi), di Caserma Ederle e Caserma Del Din, in provincia di Vicenza. L’Italia del sud, oltre a Sigonella ospita le infrastrutture del Naval Support Activity, le forze navali americane in Europa, divise tra il Lazio e la Campania, a Gaeta e Napoli. La base di Gaeta durante la guerra nei Balcani negli anni ’90, ospitò il comando della Theodore Roosevelt. Altre strutture americane sul territorio italiano sono quelle di Solbiate Olona (in provincia di Varese) di Poggio Renatico, nel Ferrarese, di La Spezia in Liguria, di quella nella tenuta di Tombolo in Toscana, della Cecchignola e Gaeta (Latina) nel Lazio, di Mondragone (Caserta) e Napoli in Campania, di Taranto in Puglia e di Trapani Birigi. A Napoli ha sede uno dei due centri di comando della Nato (l’altro è nei Paesi Bassi), la base dei sommergibili statunitensi nel Mediterraneo, e il comando delle forze aeree e dei marines statunitensi.

Oltre alle basi direttamente operative, ci sono un centinaio di strutture tra centri di ricerca, depositi, poligoni di addestramento, stazioni di telecomunicazione, e una ventina di basi segrete la cui posizione esatta non è mai stata rilevata. Niscemi in provincia di Caltanissetta ad esempio, ospita il sistema Muos (Mobile user objective system), che monitora anche la situazione in Medioriente attraverso radar e satellite (articolo sotto). Tutte le basi godono di extraterritorialità e non sono soggette all’ordinamento giuridico della nazione in cui si trovano e tutto ciò che accade al loro interno è coperto da segreto, così come il numero delle forze presenti. Il governo italiano ha fatto sapere di non avere ricevuto richieste da parte di Washington per l’uso delle basi nel conflitto con l’Iran. Secondo i patti bilaterali siglati tra Roma e Washington, gli USA hanno l’obbligo di notificare e giustificare ogni utilizzo “non ordinario” delle basi. L’utilizzo delle basi deve sempre comunque ottenere il via libera preventivo dal governo italiano.

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https://altreconomia.it/la-vulnerabilita-di-niscemi-e-il-fragoroso-silenzio-che-circonda-la-base-militare-usa-e-il-muos/

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Bisogna pure che la verità venga su

dai tuguri, poiché dall’alto non vengono

altro che menzogne.

Louise Michel

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Solidarietà a tutte le compagne e i compagni anarchici ingiustamente rinchiusi dalla feroce repressione statale.

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Cultura dal basso contro i poteri forti stragisti e impuniti

Rsp (individualità Anarchiche)