
Saverio Morabito (foto sopra), uno dei primi ‘ndranghetisti pentiti, partecipò ai sequestri di persona (tra cui quelli tristemente noti di Cesare Casella e di Augusto Rancilio) e, in Valle Imagna (Bergamo), fondò una raffineria per la lavorazione dell’eroina traendola dalla morfina base che arrivava direttamente dalla Turchia. E tutto questo grazie al piano militare chiamato “Operazione Blue Moon“: l’eroina come arma politica! L’Operazione Blue Moon mirava a destabilizzare la società italiana, in particolare i giovani attivi politicamente, attraverso la diffusione di massa dell’eroina, vera e propria “droga di Stato”.
Morabito nel giugno del 1990, poco prima della sua affiliazione alla massoneria, verrà condannato a 20 anni nel processo per la raffineria, mentre quello nato dalle rivelazioni di un pentito turco finirà ancora peggio, con 24 anni di reclusione. Decise allora di diventare un collaboratore di giustizia affidandosi al Pm Alberto Nobili, al quale per circa un anno raccontò tutto ciò che sapeva, facendo centinaia di nomi e ricostruendo nei dettagli moltissimi episodi. Le sue confessioni portarono all’arresto nell’ottobre del 1993 di circa 200 persone (operazione Nord – Sud), molte delle quali appartenenti alle ‘ndrine dei Papalia e dei Sergi di Platì. Le dichiarazioni di Morabito (le sue nuove generalità non vengono svelate per proteggerlo dai clan che gli hanno messo una taglia), confluirono nel processo “Duomo Connection”: nome attribuito all’inchiesta condotta tra il 1989 e il 1990 dal Pubblico ministero milanese Ilda Boccassini, insieme al giudice palermitano Giovanni Falcone, sulla penetrazione mafiosa a Milano, furono proprio loro tra i primi che trattarono le infiltrazioni di Cosa nostra e della ‘ndrangheta in tutta la Lombardia.

Francesco Delfino (Platì, 27 settembre 1936 – Santa Marinella, 2 settembre 2014), è stato un generale italiano, generale di divisione dei carabinieri e dirigente del SISMI. A seguito del passaggio organico di Delfino (foto sopra) alle dipendenze del SISMI, nel quale a suo dire operò dal 1978 al 1987, egli ricopriva l’incarico di capo centro per l’Europa centrale, con sede a Bruxelles, quando nel giugno 1982 il corpo senza vita del banchiere Roberto Calvi fu rinvenuto sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Delfino affermò anche che a suo dire Calvi era stato ucciso. Durante una perquisizione, vengono trovate presso l’abitazione di Delfino due borse non in commercio prodotte in esclusiva per un’azienda legata ai Soffiantini; queste borse sono ritenute dagli inquirenti quelle impiegate dalla famiglia per la consegna ad ignoti di un miliardo di lire, che essi ritenevano destinato ai rapitori del loro congiunto, al fine di ottenerne la liberazione. Viene inoltre rinvenuta una banconota facente parte di tale somma (le banconote erano state tutte fotocopiate prima della loro consegna). Delfino rimase impunito e non venne arrestato, ma lasciato a piede libero. Delfino respinge le accuse che gli vengono mosse, ma successivamente viene reso noto che il generale avrebbe ammesso che, a suo dire, Giordano Alghisi, amico di famiglia dei Soffiantini, gli avrebbe consegnato 800 milioni a titolo di “acconto” per la vendita della sua villa a Meina; pochi giorni dopo, il 22 aprile, il generale, rinchiuso presso il carcere militare di Peschiera del Garda, tenta il suicidio battendo violentemente il capo nella cella, viene poi dichiarato fuori pericolo.

Emerge anche la coincidenza che la moglie di Carlo Soffiantini, Ombretta Giacomazzi (foto sopra), nuora del rapito, era stata tempo prima arrestata dallo stesso Delfino nel quadro di indagini sull’eversione di destra a Milano ed era poi divenuta testimone-chiave per le indagini sulla strage di Brescia. L’arresto era stato eseguito con l’accusa di reticenza dopo che un buon amico della Giacomazzi, Silvio Ferrari, era saltato in aria mentre guidava una Vespa che trasportava tritolo, poco tempo prima della strage di piazza della Loggia; era con l’occasione venuta alla ribalta l’attività di alcuni gruppi neofascisti che frequentavano il locale di proprietà della famiglia Giacomazzi. Dopo la strage, la ragazza dichiarò che Ermanno Buzzi, su cui poi si appuntarono le indagini del Delfino, le avrebbe confidato, vantandosene, di esserne l’autore. Il 4 maggio emerge che il GICO della Guardia di Finanza ha scoperto bancari presso i conti del generale ammontanti a circa un miliardo e mezzo di lire, risalenti a poco prima dell’inizio della trattativa per la liberazione dell’ostaggio. Il 28 maggio Delfino viene rinviato a giudizio dal Gip di Brescia con l’ipotesi di concussione per il miliardo carpito ai Soffiantini, del quale Delfino avrebbe trattenuto per sé larga parte, non essendo chiarito chi abbia ottenuto il resto, e a che titolo. Il 6 ottobre 1998 Delfino, avendo optato per il rito abbreviato, è condannato a soli 3 anni e 4 mesi di reclusione, non per concussione verso la famiglia di Giuseppe Soffiantini, come proposto dall’accusa, ma per truffa aggravata; il generale viene inoltre condannato a restituire il miliardo di lire sottratto con l’inganno alla famiglia del rapito.

Delfino, all’epoca capitano presso il nucleo investigativo dei cc di Brescia, si occupò della strage di piazza della Loggia e delle attività della destra eversiva del bresciano. Le sue indagini sulla strage condussero all’imputazione a carico di Ermanno Buzzi quale responsabile del delitto, sulla base delle dichiarazioni rilasciate da Ombretta Giacomazzi, anni dopo divenuta nuora di Soffiantini, la quale affermò che il Buzzi si sarebbe vantato con lei di esserne l’autore. Nel 1979 il Buzzi fu condannato, insieme ad altri neofascisti, e nel 1981 fu ucciso in carcere; nel 1985 la Cassazione assolse tutti gli imputati. L’attività investigativa di Delfino, lo mise in contatto in particolare con il giudice Giovanni Arcai. Nel 1993 Giuseppe Rosina, un ex detenuto che condivise la cella con neofascisti a vario titolo coinvolti in questa ed altre vicende del periodo, dichiarò che il Delfino e il giudice Arcai, che indagava sulla strage, “erano due corpi e una sola anima” e che ad essi avrebbe dichiarato nel giugno del 1975 che fra la vicenda della strage di piazza della Loggia e la sparatoria di Pian del Rascino, avvenuta in un campo paramilitare in cui era morto il neofascista Giancarlo Esposti, o almeno fra i gruppi eversivi responsabili della strage e quelli che avevano attrezzato il campo paramilitare, potevano esservi collegamenti, dato che esponenti di questi ultimi avevano dichiarato di sapere chi avesse perpetrato la strage: “l’avevano messa i camerati di Milano appoggiandosi a quelli di Brescia”.

Il giudice Arcai fu sollevato dall’inchiesta quando nel successivo novembre, suo figlio Andrea fu sospettato di partecipazione alle cosiddette ‘trame nere’. Fumagalli era stato arrestato da Delfino il 9 maggio 1974, poche ore dopo aver diramato un comunicato stampa nel quale congiuntamente il MAR, le SAM, Avanguardia Nazionale e Ordine Nero, dichiaravano guerra allo stato. Pochi giorni dopo la strage (perpetrata il 28 maggio), il MAR e l’arma erano poi stati oggetto di pesantissime allusioni da parte di Giorgio Zicari, giornalista che indagava sull’eversione di destra e informatore dei cc e del sid, che lasciavano supporre coperture istituzionali. Prima di iniziare quella del magistrato, il presidente della commissione, senatore Pellegrino, informò che ad entrambi era stata sottoposta la proposta di relazione della Commissione per la parte relativa alla strage di Brescia, ricevendo in risposta una lettera dissenziente ma cortese dell’Arcai ed “una lettera del generale Delfino, che è sostanzialmente una lettera di insulti”. Il presidente Arcai spiegò come il Delfino fosse giunto ad occuparsi del MAR di Carlo Fumagalli: un’organizzazione di estrema destra coinvolta in diverse vicende oscure; il primo episodio narrato riguardò l’arresto di due ragazzi fermati, mentre giravano su un’auto con a bordo mezzo quintale di esplosivo di una certa natura, più cinque chili di esplosivo di altra natura.

Arcai, nella funzione di giudice istruttore, presto si rese conto che la relazione di servizio presentata da Delfino era falsa e che dietro il fermo “casuale”, c’era in realtà un’operazione studiata a tavolino da tempo e orientata dal generale Palumbo, incardinata sull’infiltrazione nel MAR di un certo Gianni Malfredi. I due ragazzi arrestati con l’esplosivo in macchina dagli uomini di Delfino, lo avevano appena ritirato da Fumagalli. Il 14/5/2008, si è giunti (a 34 anni dalla strage) al rinvio a giudizio, con l’accusa di concorso nella strage di piazza della Loggia di Francesco Delfino assieme a Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte, Carlo Maria Maggi, Pino Rauti e Giovanni Maifredi. Il processo ha avuto inizio il 25/11/2008 con sentenza emessa il 14/4/2012, a conferma della sentenza di primo grado, la Corte d’assise ha assolto Francesco Delfino per non aver commesso il fatto. Circa il riferimento al caso Moro il pentito di ‘ndrangheta Saverio Morabito sostenne che il boss Antonio Nirta (foto sotto) detto “Due Nasi”, nipote dell’omonimo boss, presente in via Mario Fani a Roma il giorno dell’eccidio della scorta e del rapimento del presidente democristiano, non si trovasse in quel luogo per conto delle Brigate Rosse, bensì perché richiesto dal generale Delfino. Delfino rispose: “C’è senz’altro un errore. Non ero io quello che aveva infiltrati nelle Brigate Rosse. Nel 1993 il collaboratore di giustizia Saverio Morabito, anch’egli originario di Platì, tra le altre cose, raccontò anche circostanze relative al rapimento di Aldo Moro del 16/3/1978, dichiarò che nel commando delle Br entrato in azione, c’era un esponente della ‘ndrangheta, Antonio Nirta, che sarebbe stato infiltrato dal generale dei carabinieri Francesco Delfino, avendo “appreso da Domenico Papalia e da Paolo Sergi che fu uno degli esecutori materiali del sequestro dell’onorevole Moro”.

Nirta negò di aver mai partecipato alla strage di via Fani e il PM Nobili incriminò Delfino, salvo poi chiederne il proscioglimento non avendo trovato riscontri a quanto riferito da Morabito. Nel 2001 è stato condannato in Cassazione per truffa aggravata, mentre nel 2007 è stato rinviato a giudizio, e poi assolto in via definitiva, in relazione alla strage di piazza della Loggia. Ma per capire meglio come nasce la Mafia intesa come potere, facciamo un po’ di storia: I gabellotti, erano intermediari tra proprietari terrieri e contadini nel latifondo monarchico siciliano (XIX-XX secolo). Gestendo le terre per conto dei nobili assenteisti, consolidarono un potere basato su violenza e controllo sociale, trasformandosi spesso nei primi “boss” o “consorterie” mafiose attraverso l’uso di campieri armati. I gabellotti prendevano in affitto (gabella) le terre dai nobili, spesso assenti, e ne assumevano il controllo totale, imponendosi sia sui contadini che sui proprietari. Utilizzavano guardie armate, spesso definite “campieri” o picciotti, per imporre l’ordine e gestire le controversie con metodi violenti, rappresentando la prima forma di mafia rurale. Avevano il potere di dare o togliere lavoro, condizionando la vita delle comunità contadine. Molti gabellotti si trasformarono in veri e propri capimafia, tramandando il loro ruolo e potere all’interno delle proprie famiglie. Inizialmente considerati intermediari, col tempo i gabellotti hanno esercitato un potere parassitario, sfruttando le debolezze dello stato e la povertà rurale per consolidare il loro controllo territoriale. Questo sistema ha creato il substrato su cui si è sviluppata la mafia moderna in Sicilia. Il primo a parlare di mafia dei colletti bianchi fu lo scrittore americano UPTON SINCLAIR (nel 1906 nel libro La giungla). I colletti bianchi non sono mafiosi che compiono delitti ed atti di violenza, sono coloro che svolgono, a livello nazionale e internazionale, attività bancarie, finanziarie e assicurative lecite o illecite, denunciò lo sfascio esistente nel settore delle finanze, dell’esercito e del costume. Il fascismo adotta come politica per il mantenimento dell’ordine sociale, voluto dalla borghesia, la repressione della mafia (usandola come braccio armato). Questa politica fu attuata dal prefetto di Palermo, Mori, fra il 1925 e il ’29. Egli arrestò migliaia di mafiosi. Il risultato fu il ridimensionamento del fenomeno, ma non l’eliminazione. Ciò perché la mafia col fascismo seppe convertirsi, appoggiando il partito fascista vincente (processo di adattamento). Tuttavia la mafia continuò a vivere fra i segretari federali del Partito Nazionale Fascista e fra i podestà. Essi operarono attraverso estorsioni e tangenti specialmente in occasione degli appalti dei lavori pubblici.

E’ una mafia che si nasconde amalgamandosi col regime. I rapporti fra mafia e politica si rafforzarono nel II dopoguerra, fin dai primi giorni della liberazione. Infatti il governo militare alleato, subito dopo lo sbarco in Sicilia, nel luglio del 1943, per sfondare il fronte di resistenza in Italia, trattò direttamente coi capi americani di Cosa nostra e la mafia siciliana. Si creò, in effetti, un asse mafioso fra l’americano Lucky Luciano e il capo mafioso siciliano Calogero Vizzini. Con la fine della guerra e la crisi della società agricola e del feudo scompare la figura del barone che costituiva il vertice della società mafiosa. La mafia rimane nelle mani dei gabellotti e della manovalanza agricola. Interlocutore politico della mafia, dal 1948, diviene la Democrazia Cristiana. Il gabellotto assume nuove funzioni rispetto a quelle che aveva il barone. Con l’affermazione della Dc come partito di massa, la mafia si adegua sempre più ad essa. La stessa cosa accade dopo il 1954 (con la segreteria di Amintore Fanfani, foto sotto) allorché nascono le correnti nella Dc. La mafia si adatta al mutamento dei partiti. Dal 1959, quando la guida della DC passa da Fanfani ad Andreotti, a Palermo, la guida del partito passa da Giovanni Gioia a Ciancimino.

Così la mafia si adegua alle esigenze dei nuovi politici. Intanto la mafia da rurale, dell’epoca dei baroni, passa alle costruzioni edilizie di Palermo e al controllo di molti appalti pubblici in altre parti della Sicilia e anche la mafia dei colletti bianchi subì un’evoluzione concomitante alla crescita e alla globalizzazione dell’economia grazie alla diffusione delle tecnologie informatiche che consentono di trasferire ingenti capitali in tempo reale. Il primo mafioso banchiere degli anni ‘60 e ‘70 del ‘900 fu Michele Sindona che, tramite la Banca Privata Italiana e la banca degli USA Franklin, mise a disposizione della mafia siciliana e degli Stati Uniti, ingenti capitali per il riciclaggio di denaro sporco derivante dal traffico della droga. Fu il ministro del Tesoro Ugo La Malfa (foto sotto), che bloccò l’aumento di capitale della Banca Privata Italiana, per cui Sindona fu costretto al fallimento. Dalla vicenda emersero intrecci fra la mafia italiana, quella USA e i politici italiani, per cui Sindona fu avvelenato in carcere nel 1986. Nel biennio 1992-’94, si passa dalla I alla II repubblica, per cui finiscono i partiti dominanti e sorgono nuovi partiti. In questo passaggio, per la ‘debolezza’ della politica, la mafia si rafforza. La mafia violenta esce allo scoperto con l’uccisione di Falcone e Borsellino (1992). La mafia dei colletti bianchi estende i suoi tentacoli ad operazioni sempre più globalizzate.

Contemporaneamente si divide in due branche: 1) la mafia dei colletti bianchi che si serve del denaro pubblico; 2) la mafia dei colletti bianchi che sfrutta i capitali dei risparmiatori. La I repubblica è crollata perché si è fatto un abuso sconsiderato del denaro pubblico da parte di tutti i partiti (cattolici di destra e cattolici di sinistra). Oggi sappiamo che anche con la II repubblica si sta abusando del denaro dei partiti per fini privati, in proposito il quadro ancora non è chiaro perché le inchieste sono in corso (una cifra è certa: fra il 1994 e il 2012 i partiti hanno ricevuto dallo stato 2,7 miliardi di Euro e la destinazione finale non è chiara). Parallelamente al furto dei partiti, una grossa fetta del denaro dei contribuenti italiani è passato, senza una giusta ragione, nelle mani di imprese private, industrie, banche e multinazionali. Ne hanno beneficiato: FIAT, Pirelli, Moratti (Saras), le industrie sarde, i giornali, le radio, le televisioni, compagnie aeree, hotel e agricoltori. Con la globalizzazione dei mercati finanziari risulta sempre più difficile controllare le operazioni che vengono compiute da coloro che si servono di Internet per effettuare speculazioni ed arricchirsi rapidamente. Tuttavia due casi emblematici di furto del risparmio privato si sono avuti coi crack della Parmalat e della Cirio. Gli artefici dei furti sono Callisto Tanzi e Sergio Cragnotti. La Parmalat fu costituita nel 1962 e cominciò la gestione straordinaria dal 2004 al 2010, allorché vennero alla luce bilanci falsi, carte truccate, fondi neri, società offshore, operazioni di aggiotaggio e bancarotta fraudolenta. Le perdite derivanti da queste operazioni speculative, ricaddero sui risparmiatori che avevano acquistato le azioni. Il crack della Parmalat è costato 14,5 miliardi di Euro. La Cirio fu fondata nel 1856. Nel 1976 entrò a far parte del Gruppo Conserve Italia e divenne la maggiore impresa italiana. Nel 1994, fu gestita da Sergio Cragnotti (foto sotto).

La crisi cominciò con investimenti in altri settori (latte, società sportive, ecc.). La maggiore difficoltà si ebbe con la emissione di obbligazioni (2004), che non furono più rimborsate alla scadenza. Si crearono complessi rapporti finanziari con le banche effettuando operazioni poco trasparenti. Il crack della Cirio è costato ai risparmiatori 1,2 miliardi di Euro. La mafia dei colletti bianchi dalla seconda metà dell’Ottocento ad oggi, è andata sempre più crescendo come coinvolgimenti finanziari e si è internazionalizzata, ma sempre ha mantenuto rapporti con la politica e si è rafforzata nei momenti delle crisi politiche o economiche(1876,1894,1930,1943, 1948,1992-1994,2007-2010).

17 marzo 2026: i mass media scrivono che a Rogoredo sono indagati 7 sbirri!
Altri due agenti, un uomo e una donna, sono indagati nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso lo scorso 26 gennaio dal carabiniere Carmelo Cinturrino (foto sopra), nel boschetto di Rogoredo. I due agenti sono indagati rispettivamente di arresto illegale e falso. Salgono così a 7 i membri delle ‘forze dell’ordine’ sotto indagine. Oltre a Cinturrino, sotto accusa per omicidio ci sono altri 4 loro colleghi, finiti sotto le lenti della procura per i reati di favoreggiamento e omissione di soccorso. I due nuovi agenti sarebbero indagati uno per falso e l’altro per arresto illegale, come si apprende dalle notifiche alla richiesta di incidente probatorio.
Noi ci siamo sempre posti il problema e ancora oggi ce lo poniamo: ma chi controlla il controllore se i controllori sono tutti amici e parenti corrotti dei controllati?? Diamo la colpa a Totò Riina quando ormai sappiamo (attraverso la commissione antimafia), che Riina era l’ultimo livello, il braccio armato. Come aveva intuito Falcone, coniando la definizione “massomafia” per definire e farci capire meglio il problema gerarchico del potere in Italia. Il problema più grosso era la massomafia, che usava l’ignoranza della mafia per i propri sporchi e occulti interessi.
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Se la borghesia potesse essere altro
che un mezzo di ingannare il popolo,
si preparerebbe alla rivolta e si servirebbe
di tutta la forza e di tutta l’influenza che
le sono date dal possesso della ricchezza,
per nascondere al governo la sua funzione
di semplice gendarme al suo servizio.
E. Malatesta
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Solidali e complici con le compagne e i compagni anarchici ingiustamente arrestati
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Cultura dal basso contro i poteri forti
Rsp (individualità Anarchiche)