I mass media il 10 febbraio 2023 hanno pubblicato che Mario Moretti (che, per fare il capo delle Br, ne ha combinate di tutte), oggi ha 77 anni, 6 ergastoli a suo carico e diversi omicidi sulla coscienza, tra cui quello di Aldo Moro, dirigente della Democrazia Cristiana ucciso nel 1978 perché aveva diviso il suo partito (fondando il centro sinistra), contro la DC Atlantica anticomunista di Andreotti (centro destra). Moretti il terrorista, il doppiogiochista delle Br, l’uomo che nel 1993 ha ammesso di essere stato l’autore materiale della morte di Aldo Moro, ha passato circa 40 anni in carcere e ora vive a Brescia e dal 1997 gode del regime di semi-libertà. Ha trascorso capodanno e i primi giorni di gennaio in un appartamento di Brescia senza rientrare a dormire in cella, come concesso dal Tribunale di Sorveglianza. Poi la detenzione nel carcere di Verziano con la possibilità dal 4 gennaio scorso di collaborare in smart working con un’associazione del territorio e con una Rsa della città. In città ha vissuto in un appartamento tra fine 2022 e inizio 2023: l’attività di volontariato lo occupa (anche in smart working) dalle 8 alle 22, l’orario in cui deve tornare nel carcere di Verziano (Brescia).
Quaranta anni fa sembra concludersi uno dei periodi più tragici nella storia della Repubblica. Tragico non per il numero di morti: gli eventi di quegli anni ci hanno portato a confrontarci con Stragi di Stato (Strategia della Tensione – Patto Atlantico anticomunista), come gli 85 caduti per la bomba fascista di Bologna. Tragico perché quegli eventi fecero fallire il tentativo di riavviare il Paese con due forze politiche contrapposte (DC – PCI), che potessero liberamente confrontarsi sulla base dei risultati delle urne, e non del Trattato di Yalta (febbraio 1945: Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrarono nella cittadina di Yalta – Crimea). Se avesse avuto successo la “democrazia operante” e il “compromesso storico” di Berlinguer, l’Italia avrebbe rotto unilateralmente il trattato di Yalta, che prevedeva l’obbligo di mantenerla ancorata al di qua della cortina di ferro, a prescindere dai risultati e dalla volontà popolare. Ma torniamo indietro al 1978: i brigatisti diranno che scelgono di rapire Moro semplicemente perché Andreotti è troppo protetto. Sosterranno anche che è una casualità che Moro sia rapito proprio mentre si reca alla Camera per dare la fiducia al quarto governo fascista di Andreotti sostenuto da una complessa maggioranza appoggiata per la prima volta anche dal PCI. La moglie del maresciallo Oreste Leonardi, testimonierà che Moro va a passeggiare quasi tutte le mattine allo Stadio dei Marmi accompagnato dal solo caposcorta. E’ quindi inutile fermare due auto a tutta velocità e con 5 militari a bordo quando è più semplice prelevarlo nel parco semideserto vincendo la resistenza del solo Leonardi. Per non parlare dei molti fine settimana trascorsi da Moro nella casa di Terracina, spesso trascorsi a passeggio sul lungomare. Agli atti si trovano numerose richieste del caposcorta e di Moro per la concessione di una vettura blindata. L’ultima commissione stragi il 6/12/2017, ammetterà che sarebbe bastata un’auto blindata. In effetti, il 18 febbraio il colonnello Stefano Giovannone riferisce che il suo “abituale interlocutore Habbash” rappresentante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, gli ha parlato di una operazione terroristica di notevole portata che sta per scattare in Italia. La segnalazione da Beirut con intestazione “Ufficio R, reparto D, 1626 segreto”, “fonte 2000” è agli atti.
Il capo della Digos Domenico Spinella (foto sopra), contattato da Nicola Rana, collaboratore di Moro, la sera del 15 marzo si reca dal Presidente DC per concordare l’istituzione di un servizio di vigilanza presso lo studio di via Savoia. Spinella decide anche di attivare il servizio il 17 marzo. Ma la sua relazione al Questore di Roma (“relazione post-datata” la definirà il presidente della Commissione Moro, Sergio Fioroni) arriverà solo undici mesi dopo: il 22/2/1979. Spinella, questa volta arriva troppo tardi, ma il giorno dopo arriverà troppo presto e in un episodio precedente non arriva per niente. In via Fani vengono rinvenuti gli 89 bossoli dei brigatisti e i 2 esplosi in risposta dall’agente Iozzino, vengono uccisi tutti i membri della scorta ma Moro, al centro della strage, rimane illeso. Si scoprirà che le munizioni (con un trattamento superficiale protettivo e senza matricola) provengono da un arsenale militare come quelli in dotazione a Gladio: i “depositi Nasco”.
Ma non è chiaro chi impugna il mitra FNA-B che spara 49 colpi. L’arma risalente alla II guerra mondiale può sparare 400 colpi al minuto ed è in teoria possibile che un esperto riesca a tirare tutti quei colpi prendendo la mira in direzioni diverse (su più agenti distribuiti su due auto) in poco più di una decina di secondi. C’è un problema: i suoi caricatori possono contenere 10, 20, 30 o 40 colpi, quindi per spararne 49 occorre un cambio di caricatore in piena azione. Di questa possibile sostituzione non parla nessuno dei brigatisti, ne’ dei testimoni. Tutta l’area è stata setacciata più volte, ma sono sparite per sempre un quarto delle pallottole esplose in Via Fani.
In Via Stresa all’incrocio con Via Fani (a pochi metri dall’agguato), si trova il colonnello Guglielmi del SISMI (la VII divisione che controlla Gladio), alle dirette dipendenze del generale Musmeci (P2, implicato per vari depistaggi e poi condannato per quello della Strage di Bologna). Giustifica la sua presenza in quel posto esatto “perché stavo andando a pranzo da un amico”.
Tullio Olivetti, proprietario del bar, è già noto alla magistratura. Accusato di traffico internazionale di armi, rapporti con la criminalità organizzata, con la mafia e riciclaggio di 8 milioni di marchi tedeschi, è l’unico a uscire pulito da tutte le indagini. La Commissione Moro scrive che “la sua posizione sembrerebbe essere stata ‘preservata’ dagli inquirenti e che egli possa avere agito per conto di apparati istituzionali ovvero avere prestato collaborazione”. Nella relazione si aggiunge che la sua posizione “impone ulteriori accertamenti sull’ipotesi che fosse un appartenente o un collaboratore di ancora non meglio definiti ambienti istituzionali; sarebbe, infatti, circostanza di assoluto rilievo verificare un’eventuale relazione tra i Servizi di sicurezza o forze dell’ordine e Tullio Olivetti, titolare del bar di via Fani, 109.” Proprio all’incrocio, a soli 6 metri dallo stop e a ben 80 cm dal marciapiede destro, è parcheggiata una Austin Morris targata RM T 50354 (foto sopra). Proprio l’ingombro prodotto da quell’auto ha bloccato la manovra di svincolo più volte tentata da Ricci alla guida della 130 di Moro. Morucci riconoscerà al processo che “la presenza casuale della Morris fu fatale”. La Morris è stata acquistata un mese prima dalla società immobiliare Poggio delle Rose con sede a Roma in Piazza della Libertà 10; lo stabile nel quale si trova l’Immobiliare Gradoli spa, proprietaria di alcuni appartamenti di Via Gradoli 96 e gestita da fiduciari del Servizio Segreto civile. Mentre all’incrocio si scatena la sparatoria, il tratto precedente di Via Fani è presidiato dai brigatisti Casimirri e Lojacono. Si trovano, quindi, proprio nei pressi della misteriosa Honda. Casimirri dopo l’agguato porta le armi a Raimondo Etro perché le nasconda e le custodisca. A tutt’oggi solo Etro, fra tutti gli ex BR, ha ammesso la presenza della moto. Mentre consegnava le armi, proprio Casimirri gli parla di «due in moto», non previsti, e li definisce «due cretini». Oltre al capo delle Br, chi potrebbe conoscere il segreto della moto è Casimirri, che però non sarà mai stato arrestato ed è latitante dal 1982 in Nicaragua. La commissione Moro recupererà un documento del 1982 da cui risulta che viene fermato dai carabinieri, ma stranamente rilasciato. Lo stesso Etro, che è suo amico e scapperà con lui, sospetterà sempre una fuga favorita dai servizi. Nel processo Moro quater la giustizia italiana condannerà Lojacono all’ergastolo in contumacia per aver bloccato via Fani con Casimirri, intrappolando le auto di Moro (sentenza confermata nel 1997). I due brigatisti di copertura di Via Fani sono gli unici due brigatisti noti a non aver scontato nemmeno un giorno di carcere per i 6 omicidi della vicenda Moro ma gli unici che, insieme al doppiogiochista Moretti, potrebbero dirci qualcosa della Honda. Il primo a parlare di complici esterni è un super pentito della ’ndrangheta, Saverio Morabito, arrestato in Lombardia nei primi anni ’90. Le sue confessioni hanno permesso al PM milanese Alberto Nobili e alla Direzione investigativa antimafia di ottenere più di cento condanne nel maxi-processo “Nord-Sud”. Morabito, giudicato nelle sentenze «di assoluta attendibilità», rivelerà che un mafioso importante, Antonio Nirta, negli anni ’70 aveva legami inconfessabili con un carabiniere di origine calabrese, Francesco Delfino, poi diventato generale dei Servizi (foto sotto). Il pentito ne parlerà con paura e aggiungerà che il suo capo, Domenico Papalia, gli avrebbe rivelato che “Nirta fu uno degli esecutori materiali del sequestro Moro”: un segreto di mafia confermatogli anche dal boss Francesco Sergi.
Dopo la tempesta di fuoco, il trasferimento di Moro sull’auto dei brigatisti avviene con calma surreale. Gherardo Nucci, giornalista ASCA, fa a tempo ad affacciarsi sulla terrazza al 109 di Via Fani (sopra il Bar Olivetti), rientrare per prendere la macchina fotografica, uscire di nuovo e scattare 12 foto della scena. Le foto di Nucci. Il rullino viene consegnato alla magistratura dalla moglie del giornalista. Non se ne troverà più traccia. La ‘ndrangheta rimette tutto a posto. Nonostante si tratti di terrorismo politico di sinistra, e non di un fatto di mafia, la ‘ndrangheta calabrese è molto interessata alle foto scattate da Nucci.
A metà di via Stresa e a 50 metri dall’incrocio con Via Fani, si affaccia il negozio dell’ottico Gennaro Gualerzi. Questi vede sfrecciargli davanti una 128 scura con a bordo persone che si stanno togliendo la giacca, sente delle grida, prende al volo una macchina fotografica ed esce di corsa scattando 11 fotografie entro le 09:15. L’esistenza delle foto è indicata per la prima volta in un rapporto del nucleo operativo dei carabinieri di Via Trionfale agli atti della Prima Commissione Moro. È un sommario del verbale rilasciato la mattina del 16 marzo dall’ottico (il nome indicato è sbagliato: “Gualersi”). Sono riportate 11 foto ma vengono corrette a penna in 16. Queste spariscono subito dopo la consegna ai carabinieri (P2) e vengono ritrovate solo nel maggio 2017. Tra le foto di Gualerzi, compare Giustino De Vuono lo “scotennato”. Il volto su questa immagine inedita sembra perdersi tra la folla ma di seguito si può vedere il suo ingrandimento a confronto con le poche immagini ufficiali che lo riguardano, inclusa quella che lo raffigura su alcuni documenti del Paraguay nei quali compare il riferimento all’accusa per i reati di sequestro e omicidio della scorta di Moro. In un’altra foto di Gualerzi spunta (proprio davanti al Bar Olivetti), un altro noto mafioso: Antonio Nirta, detto “due nasi” (foto sotto).
Il 21/1/2016 il Messaggero pubblica una foto inedita scovata fra i faldoni del processo per l’omicidio Pecorelli. Si parla anche di alcune foto a loro volta sparite dagli uffici della Procura che ritraggono parte del commando proprio durante l’azione, ma non è chiaro chi le abbia scattate o se siano mai esistite. Il giornalista Diego Cimara riferisce alla Commissione Moro dell’esistenza di altri rullini, poi scomparsi, ma anche su questo non ci sono altri elementi. Infine un’altra serie (inutile dirlo, scomparsa) di cui Antonio Ianni ha parlato alla stessa Commissione. Ianni è il primo fotografo arrivato sul posto. Scatta tre rullini quando i corpi non sono ancora stati coperti. La sera stessa, Ianni rientrando a casa trova la sua abitazione sottosopra, ma i rullini sono al sicuro: li aveva subito portati alla sede ANSA di Roma, dove lavora. Nei giorni successivi i rullini e alcune delle foto sviluppate da questi vengono trafugate direttamente dall’archivio fotografico dell’agenzia. Eleonora Moro confermerà che suo marito non si separa mai da 5 borse: una con documenti riservati, una con medicinali e oggetti personali, tre con ritagli di giornale, libri, tesi di laurea dei suoi studenti. Nell’auto crivellata di colpi vengono ritrovate solo le ultime tre. Ma i testimoni non notano i terroristi trasferire anche le due borse “sensibili” insieme a Moro. Inoltre, quando Eleonora viene portata sul luogo dell’agguato, lei stessa mostra ai carabinieri che il lago di sangue che aveva inzuppato tutti i tappetini aveva risparmiato proprio due zone dove evidentemente erano appoggiate le due borse. Sparite, quindi, quando il sangue si era già rappreso e i brigatisti erano già lontani. Tra i reperti sequestrati a Morucci dopo il suo arresto, verrà scoperto un appunto recante il numero di telefono del commissario capo Antonio Esposito (P2), in servizio proprio la mattina del rapimento (foto sotto).
In quel periodo storico, eravamo proprio indietro, ancora fermi al tempo delle torture fasciste: dal ventennio non era cambiato niente, nemmeno a livello culturale! Negli anni che andarono dal 1978 al 1982, una squadra di funzionari di polizia fu protagonista di violenze e torture nei confronti di esponenti dei gruppi armati o di persone anche solo sospettate di farne parte. La squadra si faceva chiamare “Quelli dell’Ave Maria”: il capo era chiamato professor De Tormentis, soprannome che gli aveva dato Umberto Improta, dirigente dell’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali) prendendo spunto dalla Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. Il vero nome del professor De Tormentis venne svelato solo anni più tardi. Il gruppo dell’Ave Maria, che subito dopo il sequestro Dozier ebbe emulatori all’interno della polizia, utilizzava già il waterboarding, l’annegamento simulato o controllato, che divenne famoso dopo che ne fu scoperto l’utilizzo all’inizio degli anni 2000 da parte delle forze di sicurezza americane nei confronti dei presunti terroristi di al Qaida.
James Lee Dozier venne sequestrato nella sua casa di Verona il 17/12/1981. Aveva 50 anni ed era sottocapo di stato maggiore logistico presso il quartier generale delle forze terrestri della NATO nell’Europa meridionale. A rapirlo furono 4 uomini e una donna: Antonio Savasta, romano, capo dei brigatisti del Veneto, Pietro Vanzi, Cesare Di Lenardo, 22 anni, il più giovane del gruppo, Ugo Milani e Barbara Balzerani, leader delle BR dopo l’arresto di Mario Moretti, avvenuto in aprile. I sequestratori si finsero idraulici che erano stati chiamati per una perdita d’acqua nel condominio. Dopo il rapimento la moglie del generale, Judy, fu lasciata in casa legata e imbavagliata. Dozier fu portato in un appartamento di Padova dove rimase per 42 giorni chiuso in una tenda montata all’interno di una stanza. Una mano e un piede gli furono incatenati al palo centrale della tenda. All’inizio i brigatisti gli fecero tenere alle orecchie delle cuffie collegate a un walkman con la musica ad alto volume, poi il generale ottenne di abbassare l’audio e spesso riuscì anche a togliere le cuffie, ascoltando i rumori più o meno intensi che venivano dalla strada, riuscendo così a dare una approssimativa scansione temporale alle sue giornate. All’interno della tenda era sempre accesa una lampadina da 40 watt.
Il professor De Tormentis, era arrivato a Verona con la squadra dell’Ave Maria. Salvatore Genova disse all’Espresso che la squadra di De Tormentis era esperta dell’interrogatorio duro, dell’acqua e sale: l’interrogato veniva legato a un tavolo con spalle e testa sporgenti e poi, con un imbuto o un tubo, gli venivano fatte ingurgitare grandi quantità di acqua salata. Il professor De Tormentis, di cui esiste una celebre foto di spalle (foto sopra), accanto al ministro dell’Interno Francesco Cossiga e davanti alla Renault 4 rossa in cui venne fatto ritrovare il cadavere di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, era operativo già da alcuni anni. Le prime notizie relative ai suoi interrogatori risalgono proprio alle settimane successive al ritrovamento del corpo di Moro. Nel maggio del 1978 la polizia arrestò Enrico Triaca, trovato in una tipografia dove erano stati stampati i comunicati delle Brigate Rosse. Quello che sui giornali venne indicato come il tipografo delle BR inizialmente confessò, ma un mese più tardi davanti al magistrato ritrattò tutto, dicendo di aver parlato in seguito alle torture subite. Triaca disse in un’intervista contenuta nel libro di Nicola Rao Colpo al cuore: «La sera del 17 maggio (1978) fui portato dentro un furgone dove c’erano due persone con casco e giubbotto antiproiettile. Fui bendato e steso per terra, il furgone partì. Poi fui fatto scendere e, sempre bendato, venni spogliato e legato su un tavolaccio. Qualcuno mi tappò il naso e mi versò acqua in bocca per non farmi respirare. Per due volte qualcuno mi gettò in bocca della polverina». Quando raccontò queste cose, il magistrato disse: «Se ripete la parola tortura la denuncio per calunnia». La denuncia arrivò effettivamente il 7 novembre 1982, e alla fine Triaca fu condannato. Il professor De Tormentis tornò in azione a Roma il 4 gennaio 1982 dopo che erano stati arrestati Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, militanti delle Brigate Rosse Partito Guerriglia (le BR all’inizio del 1981 si erano divise in tre tronconi in lotta tra loro, BR Partito Guerriglia guidate da Giovanni Senzani, BR Partito Comunista Combattente guidate da Barbara Balzerani, e la colonna milanese Walter Alasia). Di Rocco e Petrella furono prelevati di notte nelle loro celle da uomini incappucciati e condotti in una casa. Qui vennero prima picchiati e poi cominciò il trattamento con acqua e sale con imbuto e tubi. Ennio Di Rocco cedette per primo, poi lo fece anche Stefano Petrella. Entrambi poi raccontarono al magistrato delle torture subite. La polizia fermò anche Elisabetta Arcangeli, conosciuta allora per essere la compagna di Mantovani. La trovarono in compagnia di un ragazzo, Ruggero Volinia. Il pomeriggio del 26 gennaio, durante l’interrogatorio, Volinia fu colpito con calci e pugni. L’Espresso riportò il racconto di Genova: Volinia e Arcangeli vengono interrogati in stanze attigue, separati da un muro. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco e alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la Arcangeli. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figli. È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento (la villetta era il luogo dove avvenivano gli interrogatori). Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce acqua e sale e dopo pochi muniti parla, ci dice dov’è tenuto prigioniero Dozier. «Il generale è tenuto prigioniero a Padova, in via Pindemonte 2», disse Volinia, «lo so perché ce l’ho portato io, il mio nome di battaglia è Federico. Il giorno del rapimento guidavo il furgone che l’ha trasportato da Verona a Padova». Il 28 gennaio il gruppo di agenti del NOCS liberò Dozier con un’azione che durò meno di un minuto. Oltre a Savasta, Di Lenardo e Ciucci furono arrestate Emilia Libera e Manuela Frascella. I brigatisti furono legati e incappucciati e lasciati fuori sul pianerottolo. Vennero picchiati ripetutamente. A Manuela Frascella, come riporta Rao, venne chiesto più volte: «Sei una mignotta vero?» A ogni no arrivavano calci e pugni.
Il responsabile del gruppo che aveva rapito Dozier (foto sopra), era Antonio Savasta. Era stato lui, il 5 luglio 1981, a uccidere il direttore della Montedison Giuseppe Taliercio, rapito 46 giorni prima a Mestre. Savasta era considerato dagli investigatori un osso duro, invece fu il primo a parlare, divenne collaboratore di giustizia e permise l’arresto di decine di militanti delle Br.
I sequestratori di Dozier subirono, chi più chi meno, trattamenti violenti. Il peggio fu riservato a Di Lenardo. Non fu però il gruppo di De Tormentis a occuparsi di lui. Disse Genova all’Espresso nel 2012: «Tutti sanno come abbiamo fatto parlare Volinia e scatta l’imitazione, il “mano libera per tutti”. Un gruppo di celererini che si autodefinisce Guerrieri della notte, quando noi non ci siamo va nelle stanze dove ci sono i 5 brigatisti e li picchia duramente. Un ufficiale della celere, uno di quei giorni viene da me chiedendomi se può dare una ripassata a quello “stronzo”, riferendosi a Di Lenardo, l’unico dei 5 che non collabora con noi. Io non dico di no e inizia da quel momento la vicenda che ha portato al mio arresto». Di Lenardo venne prelevato, caricato nel baule di un’auto e portato in un posto isolato fuori dalla caserma dove venne inscenata una finta esecuzione. Poi venne riportato in caserma. Disse ancora Genova: Rividi Di Lenardo alle docce. Degli agenti stavano improvvisando su di lui un trattamento di acqua e sale. Li feci smettere ma non li denunciai diventando così loro complice.
La voglia di emulare, di menare le mani, non si ferma a Padova. I 5 poliziotti arrestati, tra i quali non c’erano De Tormentis e i suoi uomini, furono rinviati a giudizio e processati.
Nell’atto di rinvio a giudizio per il trattamento riservato a Di Lenardo era scritto: In concorso fra loro prelevavano il Di Lenardo dai locali dell’ispettorato di zona del 2° Reparto Celere, dove era legittimamente detenuto sottraendolo a coloro che erano investiti della custodia, lo caricavano con mani e piedi legati e con gli occhi bendati nel bagagliaio di un’autovettura e lo trasportavano in una località sconosciuta, dove il Di Lenardo veniva fatto scendere e sottoposto alle percosse e minacce descritte nel capo seguente; indi lo trasportavano nuovamente (sempre nel bagagliaio) nell’area del 2° Reparto Celere e lo conducevano in un sotterraneo, nel quale il Di Lenardo era sottoposto alle percosse e alla violenza descritte nel capo seguente, al termine delle quali veniva riportato nei locali di legittima detenzione; con le aggravanti di aver commesso il fatto abusando dei poteri inerenti alle funzioni di pubblico ufficiale proprie di ciascuno. In un altro passaggio era scritto: Per aver in concorso tra loro e con altri con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso mediante violenza, consistita in percosse in diverse parti del corpo, e minaccia, consistita nell’esplosione di un colpo d’arma da fuoco e successivamente mediante violenza, consistita nel legarlo su di un tavolo, sul quale era stato steso, facendo inghiottire del sale grosso, di cui gli era stata riempita la bocca. Ancora: Per aver in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, con violenza consistita in percosse, nonché nella provocazione di ustioni alle mani e in altre parti del corpo, nonché una serie di ferite provocate al polpaccio della gamba sinistra con strumenti taglienti od acuminati e nella somministrazione di scariche elettriche, mediante applicazione di strumenti idonei agli organi genitali e nella zona addominale. Gli imputati vennero condannati a pene piuttosto lievi per abuso di autorità, poi intervenne l’amnistia. Disse uno dei condannati: «Il presidente americano ci aveva premiato con la medaglia del Congresso e in Italia ci trattavano come criminali». Amnesty International raccolse in quei mesi un’importante mole di denunce di torture. «Tra le nostre fonti», disse Amnesty International, «non ci sono solo le dichiarazioni delle vittime. L’organo parlamentare d’inchiesta si sarebbe occupato per la prima volta delle torture inferte a Enrico Triaca, il tipografo delle Br romane arrestato il 17/5/1978, e della struttura del ministero dell’Interno guidata da Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, che praticò in maniera sistematica il waterboarding e altre violenza durante gli interrogatori contro gli inquisiti per lotta armata arrestati nel corso del 1982. In cambio si chiedeva agli ex brigatisti «irriducibili» (non dissociati e non collaboranti) che in passato avevano rifiutato ogni contatto con le commissioni parlamentari d’inchiesta di mutare atteggiamento accettando le convocazioni. La proposta appariva tanto più ipocrita perché formulata proprio da quei settori politici che con più forza denunciavano l’esistenza di un patto di omertà stipulato in passato tra brigatisti e settori dello stato, accordo che avrebbe «tombato la verità sul sequestro Moro».
Il professor De Tormentis si chiama Nicola Ciocia, ha 78 anni, è pugliese di Bitonto ma vive a Napoli, città in cui negli anni ‘70 diresse prima la squadra mobile e poi la sezione interregionale Campania e Molise dell’Ispettorato generale antiterrorismo. Dalla polizia si dimise nel 1984 col grado di questore (non accettò la sede di Trapani) e fino a pochi anni fa ha fatto l’avvocato. Ora si è ritirato del tutto, esce raramente dalla sua casa sulla collina del Vomero. Ai mass media, Ciocia, diventato avvocato, in una arringa scandisce: «Solo Dio può giudicare un poliziotto». Disse al Corriere della sera: «Bisogna avere stomaco per ottenere risultati con un interrogatorio. Da una parte ci sono i poliziotti che vennero incriminati allora per le violenze e che dicono di essere stati guidati da un interesse superiore, quello di difendere lo stato, mentre dall’altra parte c’è il parere di chi, come il procuratore di Venezia Vittorio Borraccetti che indagò su quelle violenze, dice: «Io non capirò mai, non giustificherò mai chi commette violenza quando una persona è resa inoffensiva ed è sotto il suo controllo. Lo stato di diritto non può accettarlo». Disse Genova all’Espresso: «Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E inoltre non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l’uno con l’altro, questo dovevamo fare». Nel 2014, dopo 35 anni, la Corte di Appello di Perugia accolse l’istanza di revisione di Enrico Triaca revocando la condanna che gli era stata inflitta per calunnia. Bisogna imparare ad accettare il dolore e la verità dell’altra parte, partendo dal fatto che gli anni di piombo contengono verità ancora indicibili. Ripenso a quell’articolo di Pasolini sul “Corriere”, quello famoso dell'”Io so” in cui chiamava in causa non soltanto la Dc, ma anche il Pci che stava all’opposizione. Lo scrive nel ’74 e poi nel ’78 il cadavere di Moro viene ritrovato in via Caetani, a metà strada tra la sede del Pci e quella della Dc. E Pasolini è l’unico intellettuale italiano a venire ucciso, una morte non legata direttamente agli anni di piombo, ma certo ancora non del tutto chiara. Tante mistificazioni, buchi neri, omissis, troppi pezzi di verità mancanti: Piazza fontana (1968), Ustica, Bologna, Piazza della Loggia, ecc.. Però l’innocenza il nostro Paese l’ha persa molto tempo prima, con la strage di Portella della Ginestra.
Noi terroristi siamo rimasti in silenzio fino a 15 anni fa, quando è uscito il libro di Mario Calabresi su suo padre. Eravamo la polvere sotto il tappeto, la prova vivente di tutte le malefatte.
La discussione vera riguarda altro in linea più generale. Il diritto, definiamolo così, dei vincitori di scrivere la storia può e deve arrivare fino al punto di imporre la versione ufficiale e la ricostruzione storico-politica manu militari? Esiste o meno il diritto al dissenso che dovrebbe essere il sale di una democrazia?
Siamo in un Paese in cui a 75 anni dal 25 aprile non si può dire vi sia una memoria condivisa sul fascismo la sua storia e la sua fine. Infatti l’Italia è ritornata indietro col fascismo della Meloni (alla faccia della costituzione antifascista…), e la massa degli italiani non sembra per niente preoccupata di questo nuovo fascismo che è al governo per comandare in modo autoritario il potere politico, economico, militare. Oggi appare ancora più difficile aspettarsi attenzione per fatti molto più vicini a noi e sui quali non c’è mai stato un dibattito politico serio in merito alle origini e alle cause di un fenomeno che portò nelle patrie galere migliaia e migliaia di persone.
Muore Mario Sossi, il sequestro delle Brigate Rosse che cambiò la lotta politica
18 novembre 2016
https://st.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/2006/12/sbio181206balzerani.shtml
10 febbraio 2023
Il professore dei misteri con lo Stato e con le BR: Giovanni Senzani
https://www.youtube.com/watch?v=4smy5njQVOk
I misteri di Mario Moretti
https://www.youtube.com/watch?v=5R-pXH89y7U
https://www.youtube.com/watch?v=gbxCIpgWq20
Tu e io, tutti noi, vogliamo vivere.
Possiamo vivere una volta sola e, giustamente,
vogliamo farlo bene. Finché viviamo
tutto il nostro essere brama, la gioia e il riso,
il Sole e la felicità. E’ giusto che dobbiamo esserne
privati e che dobbiamo per sempre rimanere
schiavi di un pugno di uomini
che la fanno da padrone?
A. Berkman
Cultura dal basso contro i poteri forti
Rsp (individualità Anarchiche)