L’omicidio di stato del compagno Anarchico Franco Serantini ucciso dagli sbirri il 7 maggio 1972

Il 7/5/1972, l’Anarchico Franco Serantini moriva ingiustamente rinchiuso nel carcere Don Bosco a Pisa, dopo essere stato colpito a morte dalla polizia mentre si opponeva a un comizio fascista. Due giorni prima, il 5 maggio, Franco partecipava al presidio antifascista indetto a Pisa contro il comizio dell’ex federale fascista Giuseppe “Beppe” Niccolai, dell’allora Movimento Sociale Italiano. Il presidio fu duramente attaccato dalla polizia. Franco fu circondato da un gruppo di celerini, sul lungarno Gambacorti, pestato e torturato a morte. Trasferito al carcere Don Bosco, il giorno dopo fu sottoposto a un interrogatorio, durante il quale manifestò uno stato di malessere generale che il giudice e il medico del carcere Mammoli non giudicano grave. Il 7 maggio va in coma e muore. Il pomeriggio dello stesso giorno le autorità del carcere cercarono di ottenere dal Comune di Pisa l’autorizzazione al trasporto e al seppellimento del cadavere in incognita. Franco Serantini era un “figlio di nessuno”, seppellirlo in fretta e senza neanche il nome, avrebbe evitato che qualcuno indagasse sulla causa del decesso. L’ufficio del Comune negò l’autorizzazione e la notizia della sua morte si diffuse in tutta la città: poche righe, per ricordare un compagno, un amico generoso, un giovane di vent’anni, disarmato, al quale la polizia di stato strappò la vita con ferocia disumana, con la scusa di difendere i fascisti.

L’8 maggio durante l’autopsia, l’avvocato Giovanni Sorbi all’uscita dall’obitorio dichiara ai mass media: “È stato un trauma assistere all’autopsia, veder sezionare quel ragazzo che conoscevo. Un corpo massacrato, al torace, alle spalle, al capo, alle braccia. Tutto imbevuto di sangue. Non c’era neppure una piccola superficie intoccata. Ho passato una lunga notte di incubi”.
Franco Serantini nasce a Cagliari 16 luglio 1951. Nel 1968 è inviato all’Istituto per l’osservazione dei minori di Firenze e da qui (viene accusato ingiustamente perchè non aveva commesso reati), destinato al riformatorio di Pisa “Pietro Thouar” in regime di semilibertà, consistente nel mangiare e dormire in istituto. A Pisa, dopo la licenza media alla scuola statale Fibonacci, frequenta la scuola di contabilità aziendale. Con lo studio e la conoscenza, incomincia a guardare il mondo con occhi diversi e ad avvicinarsi e a frequentare le sedi delle Federazioni giovanili comunista, passando da Lotta Continua fino ad approdare, nell’autunno del 1971, al gruppo anarchico “Giuseppe Pinelli” di Pisa. Insieme ad altri studenti – militanti è impegnato nelle iniziative della rivoluzione sociale nate nel ’68, sopratutto su quella accesa discussione che la candidatura di protesta ad un seggio in parlamento di Pietro Valpreda ha innescato nel movimento anarchico. Il 5 maggio 1972 Serantini partecipa al presidio organizzato da Lotta Continua a Pisa contro il comizio del politico fascista Beppe Niccolai. Il presidio viene attaccato dalla polizia; durante una delle cariche Serantini viene in ‘contatto’ con un gruppo di agenti del II e del III plotone della III compagnia del I raggruppamento celere di Roma, sul lungarno Gambacorti, e arrestato. E’ possibile che anche in carcere sia stato torturato. Dopo due giorni (7 maggio 1972), Serantini viene trovato in coma nella sua cella e trasportato al pronto soccorso del carcere. Muore alle 9:45. Luciano Della Mea, antifascista e militante storico della sinistra pisana, decide insieme all’avvocato Massei di costituirsi parte civile, azione possibile, dato che il giovane non aveva parenti. Il giorno dopo si svolge la straziante autopsia dell’avvocato Giovanni Sorbi. I suoi funerali, il 9 maggio 1972, vedono una grande partecipazione popolare. A Torino gli viene dedicata una scuola, nel 1979 a Pisa nasce la biblioteca omonima e nel 1982, in piazza S. Silvestro, viene inaugurato un monumento donato dai cavatori di Carrara.

La vicenda di Serantini rimane all’attenzione dell’opinione pubblica: attraverso una campagna stampa dei giornali di area antagonista e tramite il libro di Corrado Stajano: “Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini”, uscito nel 1975 presso la casa editrice Einaudi e successivamente ristampato.
La morte di Franco Serantini fa parte di quell’interminabile serie di omicidi e stragi di stato impuniti chiamati “Strategia della tensione” (Piano militare Allantico anticomunista) che hanno insanguinato ancora oggi e insanguinano le strade, le piazze e le carceri italiane! Franco Serantini deve essere ricordato sopratutto oggi, con la Meloni al vertice del potere politico: è come ritornare al “ventennio fascista”, mentre il fascismo si è riaffacciato con violenza in tutto il continente, grazie alle politiche di un’Unione Europea che non si fa scrupoli ad addestrare, finanziare e usare nazi – fascisti, fondamentalisti e reazionari di ogni risma per strappare territori e risorse ai paesi che la circondano. Si è visto in Ucraina col golpe del 2014, pianificato per anni dall’UE, in alleanza/competizione con gli USA; in quello scenario, i nazisti di Pravji Sektor e di Svoboda hanno avuto un ruolo centrale, nei giorni di Piazza Maidan, poi nel nuovo governo e nell’esercito regolare. La conseguenza è stata la disgregazione del paese, migliaia di vittime civili, la fine delle libertà democratiche, con la messa fuori legge del Partito Comunista, centinaia di prigionieri politici e giornalisti torturati. Ma il pericolo fascista ha da tempo attecchito in tutta Europa, a causa delle feroci politiche economiche imposte dalla Troika europea. Il problema è che nei paesi baltici e dell’Est, in Grecia, in Austria, in Francia ma anche nei paesi del Nord Europa, movimenti e partiti xenofobi razzisti, che fanno riferimento alle farneticazioni e alle pratiche bestiali del nazi-fascismo, acquistano consensi e forza elettorale.

In Italia il fascismo non è stato mai veramente sradicato, godendo sin dall’immediato dopoguerra di coperture istituzionali e atlantiche anticomuniste. Da molti anni i fascisti godono anche di un revisionismo storico costruito e fomentato da partiti e intellettuali una volta di sinistra, riconvertitisi poi al più bieco turbo-liberismo. Il PD di oggi è la risultante finale di questa lunga metamorfosi revisionista, di cui Bersani, Poletti, Napolitano, Renzi e tutto l’attuale gruppo dirigente sono il mostruoso prodotto.
La storia dell’anarchico Sarantini è anche un prezioso sguardo sulla ribellione operaia e studentesca e sulla repressione autoritaria sbirreska omicida in una delle città cruciali del lungo Sessantotto italiano (Pisa). Ma analizziamo l’infanzia ingrata di Franco Serantini, che conobbe molte celle: del brefotrofio, del collegio, del riformatorio (senza colpe se non quella d’essere orfano e povero), sino alla cella numero 7 del carcere Don Bosco di Pisa. Qui morì il 7 maggio 1972, esattamente 54 anni fa.

Là dove si decise per un «non luogo a procedere», l’indagine storiografica e la ricostruzione del contesto politico, portano assai lontano dalle conclusioni dei giudici di allora. L’archivio del caso custodisce i riscontri di un crimine efferato e gli indizi sulle responsabilità. La vita breve e la atroce agonia di Franco Serantini, riconducono al destino di Giuseppe Pinelli (foto sotto) e alla tormentosa vicenda giudiziaria storica che parte da Piazza Fontana.
Franco Serantini nel capoluogo sardo frequenta le scuole medie con scarso profitto, viene bocciato in seconda media. È un ragazzo timido, chiuso e taciturno, desideroso di ricevere affetto, comprensione e calore umano, cose che le suore, con la loro educazione autoritaria e anaffettiva non riescono a dargli. A 15 anni il rapporto con le suore è insostenibile, i litigi sono continui e nei primi mesi del 1968 l’Istituto si rivolge al tribunale dei minorenni, esprimendo l’impossibilità ad ospitare ancora Franco nel loro istituto. Una delle ragioni dell’allontanamento delle suore potrebbe anche essere che a quell’età, all’epoca, le amministrazioni provinciali smettevano di pagare la retta agli istituti religiosi. Franco ha 17 anni, il tribunale dei minori riconosce che il ragazzo «ha una assoluta carenza affettiva» e che dovrebbe essere aiutato «con un trattamento affettuosamente comprensivo e sostenitore». L’incredibile contraddizione del tribunale sta nel fatto che per curare questa carenza affettiva, la sentenza emessa dal giudice minorile stabilisce che Franco debba essere rinchiuso in un riformatorio! Dopo essere stato psicoanalizzato per un mese intero a Firenze, Franco Serantini viene affidato all’istituto di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa, in regime di semilibertà (è bene precisare che Franco Serantini era incensurato).

Durante il periodo di questa militanza politica, insieme ad una ventina di ragazzi, Serantini è protagonista dell’esperienza del Mercato rosso, al CEP (quartiere popolare pisano). L’idea del gruppetto è quella di comprare merce ai mercati generali per poi rivenderla a prezzo di costo agli abitanti del quartiere. Il mercato, che si teneva nell’area del piazzale Giovanni XXIII, viene inteso dai giovani militanti di Lotta Continua come un modo per aiutare la povera gente e, contemporaneamente, per entrare in contatto diretto con loro, invitandola poi a partecipare alle riunioni che LC teneva ogni domenica pomeriggio. Il mercato però attira le ire di commercianti, fascisti e polizia, mentre il PCI pare più attento a non perdere l’appoggio dei commercianti che a sostenere il gruppo di giovani di cui faceva parte Serantini. Il 16/9/1971 la ps irrompe al CEP, nel tentativo di sgomberare il mercatino abusivo, carica violentemente i ragazzi e ne trattiene in stato di fermo alcuni. Finisce in questo modo l’avventura del mercato. Dopo alcuni litigi col gruppo dirigente pisano di LC, anche a causa della vicenda del mercato, l’intolleranza di Franco Serantini verso ogni forma di autoritarismo lo spinge su posizioni legate all’anarchismo. Nella seconda metà del 1970 comincia a frequentare la sede del Gruppo anarchico Giuseppe Pinelli, che ha la sede presso la Federazione Anarchica Pisana (aderente ai GIA) in via S. Martino n° 48, dove conosce anziani militanti come Cafiero Ciuti, il prof. Renzo Vanni e altri libertari, giovani e meno giovani del luogo. Inizia anche a leggere libri anarchici di Kropotkin, Cafiero e Malatesta che gli presta il prof. Vanni.

Franco è molto attivo, partecipa a diverse iniziative e quando Renzo Vanni trova il bando di Almirante (un documento controfirmato da Giorgio Almirante, foto sopra, che il 17/5/1944 imponeva la condanna a morte per i renitenti alla leva), nel giugno 1971, è lui stesso ad annunciarlo a Luciano Della Mea, antifascista e militante storico della sinistra pisana del quale era divenuto amico tempo prima. Ed è sempre lui che si incarica di farne delle fotocopie. Franco, dopo essersi inspiegabilmente fermato di fronte ad una carica della polizia, viene raggiunto dai celerini del 2° e 3° plotone della Terza compagnia del I° raggruppamento celere di Roma, picchiato con una ferocia inaudita con i calci dei fucili, pugni e calci e quindi caricato su una camionetta in stato di arresto. “Erano circa le 20. Io mi trovavo alla finestra di un appartamento[…] in lungArno Gambacorti […] Ho sentito le sirene delle camionette venire dalla parte del comune […] si son fermate sotto la casa mia dalla parte delle spallette dell’Arno […] sotto la mia finestra, una quindicina di celerini gli sono saltati addosso e hanno cominciato a picchiarlo con una furia incredibile. Avevano fatto un cerchio sopra di lui […] si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che con i piedi, sia con i calci del fucile” (testimonianza di Moreno Papini, Lungarno Gambacorti n°12). Nonostante le condizioni fisiche in cui è stato ridotto dal pestaggio (aveva evidenti ecchimosi in tutto il corpo), viene trattenuto nel carcere Don Bosco ed interrogato dal magistrato Giovanni Sellaroli, al quale rivendica la propria appartenenza al movimento anarchico: “Ho partecipato alla manifestazione del 5 maggio, sono un anarchico e un antifascista militante, è forse un delitto?” Completamente abbandonato al suo destino, ritorna in cella nella completa indifferenza di tutti. Alle 9.45 del 7 maggio Franco Serantini muore.

Il certificato medico del dottor Alberto Mammoli parla genericamente di «emorragia cerebrale». Nel tentativo di nascondere ogni prova dell’omicidio, il pomeriggio dello stesso giorno le autorità carcerarie cercano di ottenere dal comune l’autorizzazione al seppellimento del ragazzo. L’obiettivo è quello di occultare cadavere e prove connesse, ma il tentativo viene respinto da un funzionario dell’ufficio del Comune che riteneva illegale la procedura subdolamente ordita. Nei giorni seguenti, in tutta Italia, si terranno numerose manifestazioni di protesta contro la violenza delle forze dell’ordine – disordine.
Il 9 maggio 1972 si svolgono i funerali dell’anarchico sardo. Migliaia di persone lo accompagnano in mezzo ad una marea di pugni chiusi e di bandiera nere con la rossa A cerchiata nel mezzo. Le indagini furono due: la prima contro gli arrestati (tra cui, oltre a Serantini, c’erano 4 studenti greci, di cui uno (Tsolinas Evangelos) fu brutalmente pestato nonostante fosse poliomelitico; la seconda contro ignoti per la morte dell’anarchico. Le brevi indagini non dimostrarono mai se Serantini avesse o meno partecipato agli scontri; sicuramente stava nel cuore degli scontri, ma non vi sono prove se egli abbia o meno effettivamente partecipato al lancio di molotov o sassi contro le forze dell’ordine (anche per gli altri imputati fu impossibile dimostrare la loro effettiva partecipazione agli scontri).

La seconda indagine fu più complessa e si scontrò coi comportamenti omertosi delle forze di polizia e dei medici, degli infermieri e delle autorità del carcere Don Bosco (foto sopra). Ci fu inoltre un tentativo da parte del procuratore generale, Mario Calamari, di trasferire 3 magistrati di Magistratura democratica (l’associazione di sinistra dei magistrati dell’Associazione Nazionale Magistrati) per impedir loro di portare avanti alcune indagini, tra cui quella su Serantini, in cui venivano messe in luce gravi responsabilità ed illegalità delle forze dell’ordine e di uomini dello stato. Nel novembre 1972 il medico del carcere Alberto Mammoli ricevette comunque un avviso di procedimento per omicidio colposo, mentre il giudice istruttore Funaioli (uno dei magistrati che Calamari cercò di trasferire), si espresse in favore di un’azione penale contro Albini Amerigo e Lupo Vincenzo, capitano e maresciallo di PS del I° celere di Roma, e la guardia Colantoni Mario, per aver affermato il falso e taciuto «ciò che era a loro conoscenza […] per assicurare l’impunità agli agenti responsabili dell’omicidio di Franco Serantini».
Nella sentenza depositata nell’aprile 1975 il giudice Nicastro dichiarò «non doversi procedere in ordine al delitto di omicidio preterintenzionale in persona di Serantini Franco per esserne ignoti gli autori». Lupo e Mammoli vennero prosciolti. Albini e Colantoni, condannati per falsa testimonianza a 6 mesi e 10 giorni con la condizionale e la non iscrizione nel casellario giudiziale, furono assolti nel gennaio 1977. Nel marzo dello stesso anno il dottor Mammoli venne ferito alle gambe da militanti di Azione Rivoluzionaria.

Concludendo si può affermare che, nonostante formalmente non si siano trovati gli esecutori materiali dell’omicidio di Franco Serantini, a causa dei tanti “non ricordo” da parte degli uomini appartenenti ai vari apparati statali (polizia, carceri e parte della magistratura), il procedimento ha dimostrato inequivocabilmente le responsabilità delle forze dell’ordine che si accanirono contro il giovane anarchico. Ha inoltre evidenziato la disumanità del magistrato Sellaroli che lo interrogò nonostante le varie ecchimosi che gli ricoprivano tutto il corpo (rilevate ufficialmente anche dall’autopsia) e la completa indifferenza di tutto il sistema carcerario di fronte all’agonia di Serantini, che fu ricoverato solo in punto di morte (un ricovero immediato gli avrebbe probabilmente salvato la vita). Il 13/5/1972, durante una manifestazione, viene posta, senza alcuna autorizzazione, sul palazzo Touhar (sede del riformatorio che aveva “ospitato” Serantini in libertà vigilata, senza alcuna motivazione giuridica), una lapide sulla quale si poteva leggere: «Un compagno di 20 anni \ morto tra le mani \ della giustizia borghese \ visse in questa \ che ora i proletari chiamano \ piazza \ Franco Serantini».

Nel maggio del 1982, in piazza San Silvestro, a Pisa, fu collocato un monumento in sua memoria che riporta la seguente scritta: «Franco Serantini / 1951-’72 / Anarchico ventenne / colpito a morte dalla polizia / mentre si opponeva / ad un comizio fascista». Nel 1979 nasce la «Biblioteca Franco Serantini» (BFS) per ricordare la figura dell’anarchico selvaggiamente assassinato dalla polizia a Pisa. La biblioteca è specializzata in storia del movimento anarchico dalle origini ai giorni nostri, del movimento operaio e sindacale, di quello antifascista e della Resistenza, dei movimenti studenteschi e di opposizione degli anni ’60 e ’70. Per la sua morte non viene mai fatta giustizia. Da subito si comincia a depistare, si comincia a intorbidire la verità relativa a una faccenda che vede coinvolte le forze dell’ordine: cocainomani col vizietto della droga dei ricchi. Una vicenda drammatica, umanamente e politicamente. Ma il valore profondo della riflessione che Battini ci invita a fare attraverso la lettura del suo libro è a proposito del rapporto fra potere e cittadinanza.

Un appello accorato al diritto ad essere protetti dalle istituzioni e dai loro rappresentanti, ancora oggi spesso disatteso, come dimostrano i casi di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi (foto sopra), Gino Zordan e tanti altri. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi di stato nasce nel 1988, dopo 50 anni di segreto militare – segreto di stato; nota come “Commissione stragi”, ha approfondito i depistaggi legati all’attentato di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. I lavori hanno confermato la matrice neofascista, evidenziando pesanti inquinamenti delle indagini da parte di apparati gerarchici dello stato – delle forze del disordine. La Commissione ha operato in diverse legislature, coprendo un arco temporale dal 1988 al 2001. Tra i suoi presidenti si annoverano Libero Gualtieri e Giovanni Pellegrino. La Commissione ha lavorato per togliere il segreto di stato sugli atti relativi alle stragi: 1 maggio 1947: Strage di Portella della Ginestra (PA), considerata la prima strage dell’Italia repubblicana. 12 dicembre 1969: Strage di Piazza Fontana a Milano (Banca Nazionale dell’Agricoltura): 17 morti e 88 feriti. 22 luglio 1970: Attentato al treno Freccia del Sud a Gioia Tauro: 6 morti e oltre 50 feriti. 31 maggio 1972: Strage di Peteano (GO). 17 maggio 1973: Strage della Questura di Milano: 4 morti e 52 feriti. 28 maggio 1974: Strage di Piazza della Loggia a Brescia: 8 morti e 102 feriti. 4 agosto 1974: Strage del treno Italicus: 12 morti e 48 feriti. 27 giugno 1980: Strage di Ustica: 81 vittime, ancora con dinamiche complesse e dibattute. 2 agosto 1980: Strage della Stazione di Bologna: 85 morti e oltre 200 feriti. 23 dicembre 1984: Strage del Rapido 904: 15 morti e oltre 200 feriti. Poi c’è stata le strage dei Georgofili che inizia nel 1992: Il 12 marzo viene ucciso il parlamentare europeo ed ex sindaco di Palermo, Salvo Lima. Poi c’è stata la strage di Giovanni Falcone (foto sotto con la moglie), del 23/5/1992, Strage di Capaci, e quella di Paolo Borsellino (19/7/1992, Strage di via D’Amelio).

ll pool di magistrati fiorentini che lavorò alle inchieste sulla stragi del 1993 era composto da Gabriele Chelazzi, Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini, sotto la guida dell’allora procuratore capo della Repubblica Pier Luigi Vigna, coadiuvato dal procuratore aggiunto Francesco Fleury. I responsabili materiali della strage vengono individuati velocemente. Resta ancora aperta la ricerca degli eventuali mandanti “occulti”, che Chelazzi aveva avviato e per cui l’associazione familiari delle vittime, ha chiesto la riapertura delle indagini. Il processo sulla strage dei Georgofili si apre il 12 novembre 1996. La sentenza di primo grado arriva il 6/6/1998, con 14 ergastoli e varie condanne. Nel 2000 c’è la sentenza stralcio relativa a Riina, Graviano e altri, con 2 ergastoli. Nel 2002 la Cassazione conferma 15 ergastoli. Tra i condannati c’è Bernardo Provenzano (all’epoca latitante, fu arrestato nel 2006) e Matteo Messina Denaro (considerato, dopo l’arresto di Provenzano, il capo di Cosa nostra, è tutt’ora latitante). Nel 2009 nuovi elementi d’accusa inducono la procura della Repubblica di Firenze, guidata da Giuseppe Quattrocchi, a chiedere la riapertura della vecchia inchiesta, archiviata, sui mandanti “occulti” delle stragi del 1993 e che vede imputato Francesco Tagliavia accusato di essere uno dei responsabili degli attentati del 92/93. I pm Quattrocchi, Nicolosi e Crini hanno motivato la richiesta di riapertura dell’inchiesta con l’esigenza di nuove indagini che prendono spunto dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia, uno dei quali, Spatuzza (foto sotto), direttamente coinvolto nell’esecuzione dell’attentato di via dei Georgofili.

Al processo si costituiscono 30 parti civili con Regione, Comune e Stato. Alti esponenti delle istituzioni come Mancino e Conso sono chiamati a testimoniare sulla presunta “trattativa” che sarebbe intercorsa con Cosa nostra per l’eliminazione del 41 bis, quale movente mafioso per le stragi del 1993. Il 5 ottobre 2011 il boss mafioso Francesco Tagliavia viene condannato all’ergastolo per tutte le stragi del ’93 di Roma, Firenze e Milano. La sentenza è la prima che riconosce la piena attendibilità del pentito Gaspare Spatuzza, l’ex reggente del mandamento di Brancaccio. Un nuovo processo si apre il 27/5/2013 per la cosiddetta “trattativa stato-mafia”. Il 20/4/2018 la Corte di Assise di Palermo condanna il boss mafioso Leoluca Bagarella a 28 anni di reclusione, il boss mafioso Antonino Cinà a 12 anni, l’ex senatore Marcello Dell’Utri (nella foto con Berlusconi) e gli ex vertici del Ros Antonio Subranni e Mario Mori a 12 anni, l’ex colonnello Giuseppe De Donno a 8 anni. Viene assolto l’ex ministro Nicola Mancino, mentre interviene la prescrizione per il pentito Giovanni Brusca. La Commissione ha svolto un ruolo chiave nel portare alla luce materiale che era stato coperto dal segreto militare o di stato durante le indagini giudiziarie.

Ora dobbiamo puntualizzare cosa era l’Organizzazione Gladio: era una struttura paramilitare clandestina italiana, operativa durante la Guerra fredda (nata formalmente nel 1956) nell’ambito della rete NATO “stay-behind”. Il suo scopo, noto come Operazione Gladio, era preparare azioni di resistenza, sabotaggio e guerriglia in caso di invasione dell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica. Gladio è Nata da un accordo tra i servizi segreti italiani (SIFAR) e la CIA statunitense, Gladio faceva parte delle reti stay-behind europee volte a contrastare l’espansione comunista. La Gladio era composta da civili e militari e operava nel segreto con depositi di armi ed esplosivi. La struttura contava ufficialmente 622 membri. L’esistenza dell’organizzazione Gladio è stata ammessa ufficialmente solo nell’agosto 1990 dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, in seguito a inchieste giudiziarie.

MA PER CAPIRE MEGLIO IL PROBLEMA DELLE STRAGI DI STATO dopo gli anni ’90, puntualizziamo che cosa è stata la trattativa Stato-mafia: è stato un patto segreto tra esponenti delle istituzioni italiane e Cosa nostra nel biennio 1992-’93, nato per fermare la stagione delle stragi. Ufficiali del ROS dei carabinieri avrebbero contattato mafiosi, tramite Vito Ciancimino (foto sopra), dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il processo ha visto condanne in primo grado, parziali assoluzioni in appello e nel 2023 la Cassazione ha assolto i rappresentanti dello stato perché “il fatto non costituisce reato” o “non commesso”.
Piazza Fontana (foto sotto) è considerata l’apice della “strategia della tensione” e l’inizio degli “anni di piombo”. Il ruolo della Commissione: Istituita per far luce sulle stragi impunite, ha lavorato per oltre un decennio, sotto la presidenza di Giovanni Pellegrino, la Commissione ha evidenziato come le indagini iniziali siano state deviate per coprire i veri responsabili politici e delle forze gerarchiche dell’ordine (P2). Nel 2001, la Commissione ha deciso la pubblicazione integrale degli atti, consultabili presso l’Archivio storico del Senato. Nonostante le sentenze definitive abbiano confermato la matrice nera (in particolare riconducibile a Ordine Nuovo), non sono stati individuati colpevoli definitivi in sede penale, ma la Commissione ha contribuito a ricostruire la verità storica. Per approfondire, è possibile consultare i documenti prodotti sul sito dell’Archivio Storico del Senato o l’Archivio Flamigni.

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la ballata di Franco Serantini, torturato e ucciso dalle forze del disordine:
https://www.youtube.com/watch?v=bb3eZ2BlYe4
Strage di stato: Piazza Fontana avvenuta il 12 dicembre 1969, lo stato arresta per incolparlo ingiustamente l’anarchico Giuseppe Pinelli, che viene trattenuto in questura oltre i limiti di legge e muore picchiato, torturato e lanciato da una finestra della questura di Milano per cancellare le prove dell’orrendo omicidio di stato.
PINO MASI – Ballata di Pinelli
https://www.youtube.com/watch?v=v1KHIjIn6VU
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https://artaudpisa.noblogs.org/post/2026/04/21/link-per-ascoltare-lintervista-sulla-donna-morta-a-vigevano-su-radio-ondarossa/

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E’ venuto il momento di dirsi una volta per tutte
e di ammettere questo assioma politico
che un governo non può essere rivoluzionario.
P. A. Kropotkin

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Solidarietà alle compagne e ai compagni anarchici ingiustamente arrestati

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Cultura dal basso contro i poteri forti

Rsp (individualità Anarchiche)

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