Falcone e Borsellino uccisi dalla massomafia

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Il 21 ottobre la Corte d’Assise di Caltanissetta ha condannato all’ergastolo il boss latitante Matteo Messina Denaro (foto sopra), per le stragi del ’92 di Capaci e Via D’Amelio, costate la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il Boss Messina Denaro è ricercato dal 1993, è stato tra i responsabili della linea stragista di Cosa nostra imposta dai corleonesi di Totò Riina.

https://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/63886-principato-messina-denaro-e-protetto-da-una-rete-massonica.html

Ma facciamo un po’ di storia:

La strage di Capaci fu compiuto da Cosa Nostra il 23 maggio 1992 a Capaci (sul territorio di Isola delle Femmine), per uccidere il magistrato antimafia Giovanni Falcone. Gli attentatori fecero esplodere un tratto dell’autostrada A29, alle ore 17:57, mentre vi transitava sopra il corteo della scorta con a bordo il giudice, la moglie e gli agenti di polizia, sistemati in tre Fiat Croma blindate.

La mafia uccise il giudice Giovanni Falcone, che stava per diventare Procuratore Nazionale Antimafia. Cinquantasette giorni dopo, il 19 giugno, Cosa nostra colpisce anche Paolo Borsellino, il magistrato che, con Falcone, aveva fatto parte del pool antimafia e costruito l’impianto del maxiprocesso di Palermo, aperto nel 1986. Con gli attentati di Capaci e via D’Amelio scompaiono i due magistrati simbolo della lotta alla mafia. Quella lotta che aveva attaccato frontalmente Cosa nostra, portato alla sbarra i vertici e condannato (il 20 gennaio del 1992) 360 imputati. I due giudici avevano capito che al di sopra della mafia c’era il gruppo massonico Ferruzzi di Raul Gardini (foto sotto).

Raul Gardini, l’imprenditore del Nord che divenne socio della mafia

Raul Gardini, l’imprenditore del Nord che divenne socio della mafia

C’erano gli affari e la scalata alla Montedison, la nascita e il fallimento di Enimont. È proprio all’ombra di questi nuovi affari che inizierà la storia italiana di Matteo Messina Denaro.

Affari, grandi affari. Tra l’86 e l’87, gli anni del Maxiprocesso: la mafia fa confluire i suoi voti nelle liste elettorali dei socialisti e dei radicali di Pannella, non sentendosi più protetta da quei settori della Democrazia cristiana (Andreotti) con cui era più abituata a “trattare”. A conferma, il 31 gennaio del 1992, la Cassazione mette il bollo definitivo alle condanne del Maxiprocesso. Cosa Nostra si sente definitivamente scaricata dai vecchi protettori. E si vendica. Vengono uccisi il potente esattore Ignazio Salvo e l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima. E intanto, il 17 febbraio del 1992, scoppia a Milano l’inchiesta Mani Pulite.

L’ex pubblico ministero di Mani Pulite Antonio Di Pietro dichiara ai mass media: “Mani Pulite non l’ho scoperta io, nasce dall’esito dell’inchiesta del Maxiprocesso di Palermo, quando Falcone riceve riservatamente dal pentito Tommaso Buscetta la notizia che è stato fatto l’accordo tra il Gruppo Ferruzzi e la mafia…

Raul Gardini, il 23/7/’93 non si è suicidato per disperazione, si suicida perché sa che quella mattina, venendo da me, doveva fare il nome di Salvo Lima (foto sotto), che aveva ricevuto una parte della tangente Enimont da 150 miliardi di lire”.

Michele Sindona, Roberto Calvi, Raul Gardini, tre casi clamorosi di alta finanza massomafiosa internazionale. Il 20 settembre del 2013 arriva la notizia della confisca di tre milioni e mezzo di euro al re dell’energia alternativa Vito Nicastri, che ha impiantato nel trapanese centinaia di pale eoliche, imprenditore considerato vicino a Matteo Messina Denaro. Già il 16 settembre 1992, a pochi mesi dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, in uno studio legale romano, era stato stretto un accordo tra algerini e maltesi per la costruzione di un complesso turistico da 1800 miliardi di lire. L’operazione, coordinata dai clan, serviva a riciclare il denaro del Boss Matteo Messina Denaro. Il grande latitante, nativo di Castelvetrano, figlio del boss Francesco, vera aristocrazia massonica mafiosa, è stato un manager d’affari sin dalle origini.

I tempi cambiano ma Matteo Messina Denaro resta un boss col “cappuccio”. Trapani è il suo regno, è una miniera di logge non dichiarate. Una rete molto estesa, che ha fatto tornare il sospetto sull’esistenza, dentro Cosa Nostra, di un vertice segreto, un grado superiore, una “élite” chiamata a gestire enormi e intracciabili patrimoni.

Il suo regno è stato imbottito di telecamere, microspie, registratori. Microtelecamere e invisibili microfoni sono stati piazzati anche sulla lapide del padre Francesco. Attraverso Vito Nicastri, l’imprenditore delle pale eoliche condannato nel 2019 a 9 anni, è emerso il nome di Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia passato alla Lega, esperto di ambiente. Arata ha scritto il programma leghista sull’energia e sosterrà di aver avuto un ruolo determinante nella nomina del senatore leghista Armando Siri a sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Conte I. La Procura di Palermo definirà Arata “prestanome” di Nicastri e quest’ultimo “capofila” di una fitta rete che assicura “corsie preferenziali e concessioni” ai nuovi investimenti. “Borsellino da tempo era nel mirino di Matteo Messina Denaro, perché poco prima delle stragi aveva chiesto l’arresto del padre di Matteo Messina Denaro e per aver patrocinato la collaborazione di alcuni pentiti”, aveva detto il procuratore aggiunto Gabriele Paci, ricostruendo davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta gli anni precedenti agli attentati di Capaci e via d’Amelio, nel processo in cui il latitante è accusato di essere uno dei mandanti. Per Matteo Messina Denaro, il magistrato era colui che aveva scritto l’ordine di cattura nei confronti del padre, Francesco Messina Denaro, a cui viene imposta la latitanza.

La simbologia di Rino Gaetano

L’eroina è la sostanza che continua ad avere un buon mercato, se si pensa ai sequestri del 2018 (975,05kg), che hanno registrato un incremento di circa il 59% rispetto all’anno prima e rappresentato il valore più alto nei sequestri degli ultimi nove anni (il picco si ebbe nel 2009 con 1.155,53kg). Una domanda per questa sostanza che permane alta anche nel 2019 se si tiene conto dei sequestri, oltre 400kg. L’altro dato significativo che si rileva dalla relazione annuale della DCSA 2019 (ma dati ed analisi si riferiscono al 2018), è l’incremento apprezzabile di persone denunciate per il reato di associazione a delinquere (art.74 del T.U. sugli stupefacenti) finalizzata al traffico di eroina e che risultano raddoppiate (347) rispetto al 2017 (175). Insomma, non più soltanto “cani sciolti” nel traffico/spaccio, ma evidenze di gruppi che si associano e si organizzano nel commercio di tale sostanza.

Anche la cocaina continua ad essere lo stupefacente che interessa molto le mafie italiane, soprattutto quella calabrese che, grazie ai rapporti commerciali coi narcotrafficanti colombiani e intermediari di altre nazionalità, continua a gestire il traffico internazionale. Che la cocaina sia, poi, nonostante il prezzo di vendita al minuto ancora elevato nelle varie piazze italiane, la droga con una domanda particolarmente forte, lo si evince anche dai rilevanti sequestri effettuati dalle forze di polizia e dalle dogane: circa 6.200kg. Alla fine del 2019 verrà superato il record dei sequestri di cocaina annotato nel 2011 con 6.348kg. Alcuni porti italiani, tra questi quello di Gioia Tauro, di Livorno, di Genova, continuano ad essere interessati dai carichi più consistenti che arrivano su navi portacontainer salpate dai porti di alcuni paesi sudamericani (Colombia, Ecuador, Panama, Brasile). Negli ultimi mesi, inoltre, il porto di Genova sembra quello “privilegiato” dalla ‘ndrangheta. Anche a metà giugno, erano emersi “antichi” rapporti di affari tra la mafia calabrese e i narcos colombiani, interessati a smistare una produzione di cocaina che, lo ricordiamo, annualmente, supera le mille tonnellate. Le piazze di spaccio maggiori per questa sostanza sono sempre quelle romane dove, al primo luglio, risultano intercettati circa 140kg, quelle di Milano con 92kg, di Bologna con circa 30kg e di Napoli con 27kg.

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano? “Portato da Cosa nostra, ma poi gli ha voltato le spalle”. Forza Italia? “Nata per volere dei servizi segreti”. Silvio Berlusconi? “Una pedina nelle mani di Marcello Dell’Utri”. Il pm Nino Di Matteo? “Lo vogliono morto sia Cosa Nostra che i servizi segreti”. Parola di Carmelo D’Amico, l’ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto, oggi diventato l’ultimo super testimone dell’inchiesta sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.

È un collaboratore importante D’Amico, un pentito che i pm del pool Stato – mafia considerano altamente credibile: “Rotolo mi disse che Matteo Messina Denaro non è il capo di Cosa nostra, perché è il capomandamento di Trapani: ma il capo di Cosa nostra non può essere un trapanese, deve essere palermitano”, è uno dei tanti passaggi della deposizione di D’Amico, ascoltato come testimone dalla corte d’Assise di Palermo che sta processando politici, boss mafiosi ed alti ufficiali dei carabinieri per il patto segreto tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra.

Un racconto cominciato con un mea culpa: “Ho commesso almeno una trentina di omicidi, soprattutto per i catanesi dal 1992 in poi: a un ragazzo ho anche tagliato le mani”, ha confessato D’Amico.

È davanti ai pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene che D’Amico mette a verbale tutto quello che ha appreso sui rapporti tra Cosa Nostra e le Istituzioni. Un racconto pieno di rivelazioni inedite, replicato davanti alla corte d’assise, che coinvolge direttamente il ministro dell’Interno. “Angelino Alfano è stato portato da Cosa nostra che lo ha prima votato ad Agrigento, ma anche dopo. Poi Alfano ha voltato le spalle ai boss facendo leggi come il 41 bis e sulla confisca dei beni”.

Ma non solo. Perché a godere dell’appoggio delle cosche sarebbe stato anche l’ex presidente del Senato Renato Schifani (a sinistra nella foto), già indagato per concorso esterno alla mafia e poi archiviato. Il partito di Silvio Berlusconi sarebbe nato perché sostenuto direttamente da Totò Riina e Bernardo Provenzano. “I boss votavano tutti Forza Italia, perché Berlusconi era una pedina di Dell’Utri, Riina, Provenzano e dei Servizi segreti (massomafia). All’epoca, i politici han fatto accordi con Cosa nostra, poi quando hanno visto che tutti i collaboratori di giustizia che sapevano non hanno parlato, si sono messi contro Cosa nostra, facendo leggi speciali, dicendo che volevano distruggere la mafia”.

In Italia c’è sempre stato un rapporto perverso tra Cosa Nostra, Massoneria, politici e servizi segreti deviati: Forza Italia è stato il partito che ha controllato lo Stato da dentro.

Falcone e Borsellino avevano scoperto il business tra organizzazioni criminali e pezzi dello Stato massonico.

E sono stati uccisi. Ora sotto attacco è il Pm Di Matteo, al quale manca anche l’appoggio dei vertici della magistratura, perchè scomodo…

Difficile uscire dalla trappola finchè le organizzazioni criminali saranno colluse e andranno a braccetto con politici collusi e corrotti, eletti solo perchè hanno l’appoggio delle organizzazioni criminali di cui è pieno il Paese. “Pizza, Mafia, Mandolino” così vengono derisi gli Italiani mediocri, arroganti e ignoranti all’estero…

La gente non sa che la P2 è stata inventata dagli Stati Uniti,

paese in cui l’influenza degli illuminati è rappresentata dalla simbologia massonica

emblematicamente sulle banconote da un dollaro.
Ferdinando Imposimato

 

Cultura dal basso contro i poteri forti

Rsp (individualità Anarchiche)