Alice libera! Lettera di denuncia di un padre che chiede giustizia per la figlia

Riceviamo e pubblichiamo:

LETTERA di DENUNCIA di un PADRE CHE CHIEDE GIUSTIZIA per la FIGLIA

Raccogliamo la lettera di denuncia di un padre che chiede giustizia per sua figlia. Ci sembra importante raccontare questa storia di abusi che va avanti da troppo tempo. È necessario attenzionare maggiormente ciò che avviene all’interno di alcune strutture psichiatriche private convenzionate, che in Italia sono più di 3.500, spesso veri e propri luoghi di reclusione in cui è difficile entrare e verificare quali pratiche e terapie vengano attuate.

Ci preme sottolineare inoltre come il ruolo degli Amministratori di Sostegno diventa sempre più invasivo e determinante per la vita di persone vittime della psichiatria che di fatto non hanno commesso alcun reato. Vi chiediamo di pubblicare la storia di Antonio e sua figlia sui vostri canali e sui vostri siti, di inoltrarla il più possibile nella speranza che altri si uniscono alla sua battaglia per la liberazione di Alice.

Collettivo Antipsichiatrico Antonino Artaud

http://artaudpisa.blogspot.com/

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I manicomi nascono per speculare sulle disgrazie della povera gente; è solo negli anni ’60 /’70 che il livello dell’utenza cambia, cominciano a internare anche i dissidenti politici con un livello culturale molto più ampio di quello del poveraccio che non aveva potuto studiare e, attraverso analisi sociali fatte da questi dissidenti, saltano fuori le condizioni disumane che vivevano le persone all’interno di questi lager. Da li nascono molte associazioni antipsichiatriche che contribuirono a evidenziare le tante ingiustizie nascoste, fino alle torture fisiche e psichiche subite dagli utenti.

Dopo dante lotte culturali, il movimento antipsichiatrico riesce ad ottenere nel 1978, la legge per la chiusura del business dei manicomi.

Ma facciamo un po’ di Storia:

I manicomi si espandono per rinchiudere il forte disagio sociale, causato sopratutto dalle guerre, che creavano ulteriore povertà, fame, miseria, ai margini della “società”.

A venire rinchiusi nei manicomi erano in prevalenza povera gente e i soldati, che venivano rinchiusi perché traumatizzati per gli orrori e le tante ingiustizie sociali, viste e subite (nonnismo) durante le guerre geopolitiche per il potere politico, economico, militare.

Ma facciamo un excursus sulle guerre avvenute in Italia:

In Italia tra il 1494 e il 1559, ci furono guerre causate dall’espansionismo delle grandi monarchie europee, per l’egemonia della penisola. La guerra fu scatenata inizialmente dai sovrani francesi, ma poi si aggiunsero anche la Spagna e il Sacro Romano Impero.

Nel periodo compreso tra la discesa di Carlo VIII (1494) e la pace di Cateau-Cambrésis (1559) gli stati italiani, con l’eccezione di Venezia, perdono la propria autonomia politica ed entrano nella sfera d’influenza spagnola. Con la pace di Cateau-Cambrésis si concludono le cosiddette guerre d’Italia e vengono regolati gli equilibri europei fino allo scoppio nel 1618 della guerra dei Trent’anni (1618 e il 1648). La pace è stata importante, anche se l’accordo rappresentava il definitivo consolidamento del dominio spagnolo in Italia, che influenzerà per più di 150 anni la storia italiana.

Al termine delle guerre, la Spagna si affermò come la principale potenza continentale, ponendo gran parte della penisola italiana sotto la sua dominazione diretta (Napoli, Milano e Stato dei Presidi) o indiretta. Seppero mantenere una certa autonomia il Ducato di Savoia (legato alla Francia) e la Repubblica di Venezia.

Il Papato, pur autonomo, risultava perlopiù legato alla Spagna dalla comune politica di far prevalere in Europa la Controriforma cattolica.

Con questi accordi vennero regolati gli equilibri europei fino alla pace di Vestfalia del 1648.

Queste guerre per l’egemonia della monarchia Europea sull’Italia, crearono ulteriore condizioni sociali di miseria e sfruttamento dell’essere umano che non aveva più neanche i mezzi per sopravvivere….

Ma la voglia di conquista del potere delle classi borghesi, non finisce qua:

Nel 1848-1866 ci furono 3 guerre per l’indipendenza italiana, che ebbero come esito l’estensione territoriale del regno di Sardegna e la proclamazione del regno d’Italia. Tali eventi furono gli episodi cardine del Risorgimento e furono il punto di arrivo della politica del regno di Sardegna, guidato dal primo ministro conte di Cavour (imposto dai Savoia). L’unità d’Italia (che era contro l’Austria), era stata sostenuta dallo Stato sabaudo e politicamente dall’Inghilterra liberale e dall’alleanza con l’Impero francese retto da Napoleone III prima e con la Prussia di Otto von Bismarck dopo.

Poi ci fu la 1 e la 2 guerra mondiale (1915 – 1945) che crearono ulteriore povertà sia economica che culturale nei ceti sociali più svantaggiati.

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Nel periodo fascista (1920) cambia la tipologia di utenza, vengono rinchiusi nei manicomi anche gli antifascisti. Anche negli anni ’60/ ’70 durante le contestazioni degli operai e degli studenti, gli utenti all’interno dei manicomi aumentarono di numero…

In molti paesi Europei, i prigionieri politici vengono confinati in istituzioni psichiatriche e sottoposti ad abusi. La diagnosi di disturbo mentale serviva per la repressione e il controllo dei dissidenti, consentendo in tal modo allo Stato di tenere rinchiuse le persone contro la loro volontà, subendo terapie indirizzate verso la conformità ideologica, a vantaggio solo delle multinazionali del farmaco (psicofarmaci).

Gli utenti rinchiusi nei manicomi, venivano legati ai letti, imbottiti di medicine, e spesso, con gli elettrodi applicati ai loro genitali per ‘educarli e domarli’….

Antonia Bernardini, la storia della donna che morì “legata come Cristo in croce” nel manicomio giudiziario di Pozzuoli

Il Parlamento italiano il 13/5/1978 varò una radicale riforma dell’assistenza psichiatrica.

Nel 1961 Franco Basaglia prendeva servizio come direttore nel manicomio di Gorizia.

Diciassette anni prima Basaglia aveva subìto a Venezia, in quanto antifascista, il carcere e ne aveva serbato un ricordo di profondo orrore.

Egli lottò per istituire la legge 180, passata alla Storia come “legge Basaglia”, la legge che chiuse i manicomi. Si istituirono i teams territoriali. Si sviluppò il lavoro di team, si introdusse il concetto per cui l’istituzione pubblica, destinata al controllo, si trasformasse in un servizio concreto a disposizione del disagio sociale della gente comune.

La legge 180, poi integrata nella riforma sanitaria 833 del 23 dicembre 1978, si articola su tre paradigmi chiave:

• Ciò a sottolineare da un lato il prevalere del carattere sanitario ben più che di quello repressivo della misura di limitazione di libertà del soggetto, dall’altro a prevenire il rischio dell’abuso politico della psichiatria. Il Sindaco, quale autorità politica cittadina che risponde al proprio elettorato, difficilmente fungerà da corpo separato; il ruolo della Magistratura viene confinato in quello di un controllo “ex post” di legittimità, nella figura del Giudice Tutelare.

• Il passaggio della crisi dal manicomio all’ospedale civile. Viene vietato da subito il ricovero di nuovi pazienti nei vecchi manicomi. Si rende obbligatoria l’apertura di nuovi reparti, meglio: “servizi” negli ospedali civili.

Il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura, non fu voluta da Franco Basaglia. Rappresentò tuttavia un compromesso, che fra l’altro ebbe il vantaggio di accontentare solo i sindacati dei medici e degli infermieri. Questi si vedevano aumentare i parametri contrattuali e quindi gli stipendi e insieme videro aumentare prestigio e potere….

La chiusura graduale ma definitiva del manicomio e la riconversione delle risorse (business) da esso rappresentate, investiti nei servizi alternativi territoriali.

Ma facciamo un po di storia:

Nel Medioevo le persone che manifestavano comportamenti ritenuti “bizzarri – non omologati”, venivano affidati agli esponenti della Chiesa, i quali li rinchiusero e abusarono di potere sopratutto nei confronti della donna (che allora era considerata inferiore all’uomo), prima di mandarla al rogo, con l’accusa di peccatrice, anche se non aveva fatto nient’altro che pensare.

Nell’Età Classica (490-479) il problema delle guerre, con le sue conseguenze sociali (traumi), perse il carattere mistico-religioso e l’utente iniziò ad essere considerato da un punto di vista sociale, “folle”, ritenuto una minaccia per la società benpensante…

Proprio in quel periodo, sorsero moltissime case di internamento, volte a rinchiudere una varietà di persone rifiutate dalla società: persone con traumi cerebrali, poveri, vagabondi, mendicanti, criminali, dissidenti politici, persone nulla facenti, tutte rinchiuse in un’unica struttura. Una delle prime case sorte allo scopo fu l’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656. Qui le persone non venivano rinchiuse per essere curate, ma per finire i propri giorni lontano dalla società. Una volta entrate in questi luoghi, le persone venivano spogliate della loro dignità e trattate senza rispetto. Vivevano in condizioni disumane ed erano costrette a subire punizioni corporali.

Questa idea di allontanare dalla società chiunque fosse considerato pericoloso, si verificò in seguito alla Riforma attuata da Martin Lutero (1483 – 1546); al contrario del Medioevo, in cui le persone povere e i vagabondi venivano lasciati vivere nella società, in quanto la povertà era vista dai ceti più avvantaggiati, come mezzo per manifestare la propria fede (aiutando le persone povere ci si poteva guadagnare la salvezza in Paradiso), con la negazione delle opere di Lutero, la povertà perse questo significato e si trasformò in colpa attribuibile alla persona….

Presto, le case di internamento si diffusero in tutta Europa e divennero uno strumento di potere enorme, attraverso il quale si decideva, senza utilizzare alcun criterio logico, sulla vita delle persone e su chi dovesse essere rinchiuso.

Un cambiamento radicale nell’elaborazione di diverse concezioni della mente e del suo funzionamento, si ebbe tra la fine dell’’800 e i primi anni del ‘900, anni in cui nacque la psicoanalisi. Ad essa si deve il merito di aver posto l’attenzione sulla necessità di capire il sintomo più che di reprimerlo attraverso metodi di cura brutali. Questo modo di curare la malattia ha sicuramente rappresentato un’importante rottura con l’ideologia repressiva basata sul business che sosteneva la prassi manicomiale, che considerava la malattia come qualcosa di organico e che aveva condotto a ritenere ogni approfondimento psicologico, perfettamente inutile.

Il manicomio restava sempre e comunque luogo di controllo e di ordine.

Basaglia fu il medico che mosse una critica radicale nei confronti dei manicomi; nel 1961 divenne direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia ed è lì che iniziò a rendersi conto delle condizioni disumane in cui versavano le persone recluse nei manicomi. Così iniziò ad introdurre piccole modifiche, partendo dal considerare i pazienti come esseri umani, come persone dotate di una propria identità e dignità, non come numeri, come un business qualsiasi…

Secondo lui, la malattia doveva essere posta in relazione alla società attuale, una società alienante, la società dei consumi; per questo era importante creare, all’interno di essa, servizi assistenziali per chi subiva la condizione sociale del boom economico: di chi aveva troppo e di chi invece non aveva niente, bisognava costruire dei punti di riferimento culturali e sociali per tutti, senza distinzioni di ceto o etnia….

Dopo l’approvazione della Legge Basaglia, il problema in Italia, restò però sul come fare; la legge scatenò immediatamente numerose polemiche, soprattutto da parte dei direttori dei manicomi (che non volevano perdere il business) che vedevano minacciato il loro potere, dei sindacati che difendevano gli interessi di chi lavorava nei manicomi….

L’archivistica manicomiale, nel nostro paese, ha ricevuto un grande impulso a partire dalla legge 180. La chiusura degli ospedali psichiatrici, avviata a partire dal 1978, ha messo infatti in primo piano l’urgenza di salvare, custodire e inventariare gli archivi dell’istituzione manicomiale, mettendoli perciò a disposizione, sia dei singoli studiosi, sia dell’intera comunità scientifica.

I documenti di archivio nascono dalla necessità di capire come operava il personale all’interno dei manicomi.

Per analizzare il ruolo professionale dello psichiatra: la pratica psichiatrica sembra esaurirsi nella compilazione automatica della scheda e nella diagnosi che porta al ricovero (prassi – prigione – condanna a morte). La scheda prestampata intrappola dunque il soggetto nel discorso psichiatrico che si articola intorno a ciò che Foucault definisce “interrogatorio”, non una semplice raccolta di notizie anamnestiche, ma la modalità attraverso cui la posizione del medico psichiatra viene riconosciuta e istituita, nel momento in cui il soggetto acquisisce lo status di malato. Povertà, pubblico scandalo, pericolosità o eccessiva sensibilità, sono elementi che possono sostenere la motivazione del ricovero. Essi evidenziano la notevole portata strategica che il riferimento ai valori sociali assume nell’intervento psichiatrico.

Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale, viene immesso in uno spazio che, originariamente nato per curarlo, si rivela un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, il luogo della sua oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita della individualità e della libertà, nel manicomio il malato non trova che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri, l’aver scandita la propria giornata su tempi dettati da esigenze organizzative che non possono tener conto delle particolari esigenze di ognuno.

A giustificarne la presenza all’interno delle cartelle cliniche è l’esigenza scientifica e la necessità di sorvegliare i folli (le disgrazie sociali per poi specularci), i cui scritti costituirebbero un’ulteriore prova di verità della diagnosi e proprio per questa ragione sarebbero stati incorporati nel dispositivo manicomiale che si configura come istituzione totale caratterizzata dal fatto di assorbire e regolare l’intera esistenza di coloro che vi entrano a far parte e di esaurire in sé tutta la loro esperienza sociale.

In Italia il cosiddetto «grande internamento manicomiale» può essere individuato in un periodo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Ed è nel corso di questi decenni che viene edificato un consistente numero di manicomi su tutto il territorio nazionale. Questo periodo coincide con la nascita di un Paese moderno «così come siamo abituati a pensarlo oggi». Un «Paese moderno» nel quale, accanto alle campagne, cominciavano a svilupparsi grandi agglomerati urbani capaci di accogliere famiglie sempre più numerose, in cui compaiono «infrastrutture potenziate» anche dal sistema manicomiale, concepito per «assistere la follia», ma usato soprattutto per mantenere l’ordine pubblico e la tutela della moralità, secondo i canoni dei ricchi benpensanti ….

Questo aspetto si irrobustisce negli anni del fascismo quando, con la stretta repressiva attuata dal regime, si ampliano i contorni che circoscrivono i concetti di marginalità e devianze. I manicomi, di riflesso, accentuano la loro dimensione di controllo, affiancandosi allo Stato per contribuire a plasmare uomini e donne chiamati ad assolvere una serie di compiti che rispecchiano il clima economico e sociale dei “tempi nuovi”…

I manicomi conoscono uno sviluppo sostanziale e registrano per tutto il ventennio un aumento costante dei ricoverati, riconosciuti come «vittime di violenza carnale o dei traumi di guerra»…

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Lo Stato italiano investe ogni ora due milioni e mezzo di euro in spese militari, di cui mezzo milione solo per comprare nuove bombe e missili, cacciabombardieri, navi da guerra e carri armati.

Ogni anno si spendono almeno 23 miliardi di euro per le forze armate, di cui cinque solo per comprare nuovi armamenti.

Intanto le condizioni sociali peggiorano e i diritti delle persone vengono tolti, attraverso grandi riforme come quella del lavoro che ha eliminato lo statuto dei lavoratori. Pazzesco!!

Oggi sappiamo che i manicomi non esistono più, ma l’argomento della psichiatria rimane sempre un tabù, un argomento da evitare, da non affrontare…

Ecco perchè è importante dare la parola a chi subisce la prepotenza e la repressione statale, non a chi risolve, ancora oggi, le problematiche sociali con l’internamento, la ghettizzazione e l’annientamento, così funziona ai giorni d’oggi la psichiatria…

https://www.archeologiafilosofica.it/wp-content/uploads/2016/06/Michel-Foucault-Storia-della-follia-nell-eta-Classica.pdf

 

Per poter veramente affrontare la “malattia”, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall’istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono.

Franco Basaglia

 

Si va in manicomio per imparare a morire.

Alda Merini (poetessa 1931 – 2009)

 

Cultura dal basso contro i poteri forti

Rsp (individualità Anarchiche)