
In questi giorni i mass media scrivono che per la riqualificazione dei beni sequestrati a mammasantissima in 5 provincie lombarde (Milano, Bergamo, Cremona, Monza e Brianza e Varese), la regione Lombardia ha destinato un contributo regionale di oltre 1,8 milioni, in un contesto sociale, politico e militare dove per anni hanno prevalso illegalità e condizionamento criminale massomafioso.

Lo studio dell’Eurispes fotografa una realtà di dimensioni impressionanti. Incrociando i dati dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati con quelli dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, la ricerca ha censito oltre 43 mila immobili e circa 4.800 aziende interessate da provvedimenti di sequestro o confisca. Il solo patrimonio immobiliare ha un valore stimato di circa 4,66 miliardi di euro. Se si aggiungono conti correnti, partecipazioni societarie, veicoli e altri beni patrimoniali, il valore complessivo potrebbe raggiungere una cifra compresa tra i 30 e i 40 miliardi di euro. Numeri che raccontano il potere, le complicità e le raccomandazioni delle organizzazioni massomafiose di accultare (in gran parte), la loro enorme ricchezza.

Il processo con rito ordinario per i 45 imputati del maxi procedimento Hydra è iniziato il 19/3/2026 nell’aula bunker del carcere di San Vittore a Milano. Il procedimento ruota attorno a un “consorzio” e a un patto di non belligeranza tra ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra attivo in Lombardia, con una forte infiltrazione nel settore economico e finanziario. I VARI PROCESSI dell’inchiesta Hydra hanno svelato una “mafia in cui i clan non si fanno più la guerra per contendersi il business sul territorio, ma fanno affari, patti e alleanze tra di loro. Nel primo troncone del processo sono già arrivate 62 condanne con rito abbreviato (pene fino a 16 anni) e 45 rinvii a giudizio. È in corso il processo per i 45 imputati del secondo filone, con le udienze arrivate a discutere le rivelazioni dei collaboratori di giustizia (tra cui William Cerbo).E proprio dall’indagine Hydra che si è individuato in Lombardia addirittura un “consorzio” fra pezzi di ’ndrangheta, di camorra, di cosa nostra, la cui esistenza è stata confermata già da una sentenza di primo grado con rito abbreviato e dalle testimonianze di collaboratori di giustizia che ne muovevano i fili. I nomi coinvolti sono l’ultimo gradino (lasciato ignorante di proposito): il clan camorristico dei Senese, oggi ritenuto fra l’altro al vertice del sistema criminale romano; alcuni referenti diretti di Matteo Messina Denaro; le ultime generazioni della famiglia Fidanzati; boss della ’ndrangheta da tempo radicati in Lombardia, a partire dal cirotano-legnanese Vincenzo Rispoli (foto sotto).

I traffici e gli affari contestati dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, valgono centinaia di milioni di euro. La presenza mafiosa a Milano e in Lombardia è documentata almeno dagli anni ‘50. La storia che ne è seguita è quella di un rapido e capillare radicamento, in particolare per la ’ndrangheta. In ottica ’ndranghetista, la Lombardia è una preziosa “provincia” della Calabria, come risulta dalla nota indagine “Crimine-Infinito” svelata nel 2010. La stessa inchiesta individuò 16 “locali” riconosciute in altrettanti centri grandi e piccoli del distretto a cui fa riferimento il Csm, e altri ne sono stati individuati successivamente. Ancora prima, era finita agli atti della Commissione parlamentare antimafia una mappa investigativa che elencava i nomi delle “famiglie” di ’ndrangheta egemoni, spesso da un paio di generazioni, in decine di comuni dell’hinterland e della provincia. E non solo dal punto di vista strettamente criminale. Parlando di edilizia, nella relazione del 2008 si leggeva che “in ampie zone della Brianza o del triangolo Buccinasco-Corsico-Trezzano non è nemmeno pensabile che qualcuno con proprie offerte o iniziative ‘porti via il lavoro’ alle cosche calabresi”. Una certa “densità mafiosa” era emersa molto prima dalle indagini e dai (maxi) processi istruiti dalla neonata Direzione distrettuale antimafia di Milano all’inizio degli anni ‘90, con centinaia di condanne fra Buccinasco, Corsico, Lecco, Como, Varese. Senza dimenticare alcuni quartieri di Milano dove omertà e controllo del territorio facevano da velo al grande traffico di eroina e cocaina.

Entrare nella poco onorevole classifica della “alta densità mafiosa”, chiarisce il testo del Csm, richiede “la convergenza di elementi significativi e stabili, idonei a dimostrare un radicamento strutturale del fenomeno mafioso, una sua diffusione territoriale non occasionale e una concreta capacità di condizionamento dell’economia, della pubblica amministrazione e della vita istituzionale locale”. Tutti elementi presenti non solo nell’indagine Hydra, ma in numerosissime inchieste, in una regione che ha visto condannare in via definitiva per voto di scambio politico-mafioso e concorso esterno un assessore regionale alla Casa, Domenico Zambetti (foto sotto a sin.), arrestato nel 2012. La goccia che fece traboccare il vaso, determinando il crollo della giunta guidata dal “Celeste” Roberto Formigoni (a destra nella foto).

Lungo i decenni, sono stati indagati: consiglieri, sindaci, assessori, a livello comunale, provinciale, regionale; e intercettazioni varie su pacchetti di voti da ottenere in cambio di futuri favori. Il documento si focalizza invece sul numero di comuni sciolti: 10 nel Lazio dal 1991 al 2024, compreso il caso di Aprilia nel 2024, contro uno solo in Lombardia. La Pubblico ministero Cerreti ha parlato in aula di “Milano come un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria”, «Qui la mafia non esiste». Queste le parole del prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi (foto sotto), all’inizio dell’inchiesta Crimine Infinito del 2003, maxi operazione contro la ‘ndrangheta e le cosche milanesi.

L’inchiesta termina 6 anni dopo, con una storica sentenza che riconosce per la prima volta l’esistenza in Lombardia di gruppi della ‘ndrangheta, le cosiddette “locali”, che operano in stretto contatto coi gruppi calabresi, pur mantenendo una relativa autonomia.
Nel 2° filone del maxi processo Hydra, la tesi accusatoria dei pubblici ministeri ha ricostruito l’esistenza di un’organizzazione di stampo mafioso capace di tenere contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale e bancario, ai fini di spartirsi affari e controllo del territorio. Secondo gli inquirenti, tale organizzazione costituirebbe un alleanza strategica tra le principali organizzazioni criminali del Paese (‘ndrangheta, cosa nostra e camorra).

La presenza di criminalità organizzata a Milano e in Lombardia è documentata già dagli anni ‘60. L’Atlante delle mafie documenta che l’arrivo aveva ragioni diverse: chi con i grandi flussi migratori al Nord, chi in latitanza, chi fuggendo da gruppi rivali e chi inviato forzatamente attraverso lo strumento del “soggiorno obbligato”, misura pensata (male) per isolare i boss dalle loro basi di potere nel Mezzogiorno. Nella “Milano da bere” degli anni ’80, i gruppi mafiosi insediati, cominciano a occuparsi in modo sistematico del traffico degli stupefacenti, facendo del capoluogo lombardo il punto di riferimento nazionale, entrando nel mercato dell’edilizia, dei trasporti e del commercio, muovendosi contemporaneamente tra mercati legali e illegali. In questo periodo crescono anche gli omicidi, riflesso delle modalità con cui i sodalizi mafiosi regolavano i mercati illegali.

Nel 1989 l’allora sindaco di Milano Paolo Pillitteri (nella foto con Craxi), definiva la presenza della mafia in città paragonabile ad una fiction, mentre nel 1992 il sindaco Giampiero Borghini dichiarava che «a Milano ci sono forse dei mafiosi, ma la mafia non esiste», frase che verrà ripetuta più volte in tempi diversi. Durante gli anni ‘90 arriva la repressione: dal 1992 al 1994, nel corso di numerose operazioni (“Nord-Sud”, “Wall Street”, “Fiori della notte di San Vito”), vengono coinvolte in Lombardia più di quattromila persone accusate di appartenere a gruppi mafiosi. Le strutture si riorganizzano cercando un modus operandi meno visibile. Si entra negli anni 2000, in ciò che Enzo Ciconte, storico, scrittore, docente e politico italiano, definisce «gli anni della stagnazione». La tendenza alla negazione non è scomparsa: l’ex sindaco Letizia Moratti (foto sotto), sosteneva che non si potesse parlare di «infiltrazioni mafiose» ma di «infiltrazioni della criminalità organizzata».

I mafiosi nascono come guardie dei proprietari terrieri, già nel medioevo ed erano chiamati ‘gabellotti’, padri storici della mafia siciliana. I gabellotti erano amministratori che prendevano in affitto i vasti terreni dagli stessi proprietari terrieri latifondisti (aristocratici), e gestivano anche le squadre di”guardie private” che controllavano direttamente i lavori agricoli e i contadini. Da questi intrecci occulti di interessi di stampo massonico (aristocrazia) e mafioso per il controllo di un territorio, fondarono il sistema massomafioso.

Ma c’è anche l’intreccio tra massomafia e Chiesa da analizzare come potere occulto, oltre agli intrecci col potere dello stato, quelli con le banche e le forze militari, o con le forze del disordine. Sebbene la dottrina cattolica condanni fermamente l’affiliazione alle logge, in passato si sono verificate zone grigie, commistioni di potere e tentativi di complicità con la chiesa attraverso la fede, da parte delle organizzazioni criminali. In passato, alcune cosche mafiose hanno cercato di legittimarsi socialmente e di infiltrarsi nelle parrocchie o nelle confraternite locali per ottenere consenso, riciclare denaro o proteggere latitanti. Una di queste collusioni fu quella del mega business sfociato nel crac del Banco Ambrosiano (1982): fu uno dei più grandi scandali ecclesiastici, finanziari italiani, caratterizzato da una fitta rete di intrecci mafiosi, massoneria e finanza vaticana. Attraverso lo IOR (la colossale banca vaticana che con le ‘opere di bene’ non ha nulla a che fare), l’istituto guidato da Roberto Calvi (foto sotto), riciclò ingenti capitali illeciti di Cosa nostra.

Il Banco ambrosiano appunto, servì per movimentare i proventi del traffico di droga e di altre attività mafiose attraverso complessi canali internazionali. Nel 1982, il corpo di Roberto Calvi fu trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra. Le indagini e le rivelazioni dei collaboratori di giustizia, come Angelo Siino, indicarono che la mafia dispose l’omicidio perché Calvi si era appropriato o aveva sperperato denaro mafioso. L’inchiesta evidenziò le collaborazioni di figure come Licio Gelli (capo della Loggia P2) e del faccendiere Michele Sindona, entrambi impegnati in operazioni di speculazione e salvataggio di banche. Ma il problema più grande sulle speculazioni e gli affari della chiesa, ci riportano al rapporto tra Paul Marcinkus e la massoneria, un problema al centro di uno dei misteri più oscuri della finanza vaticana e internazionale.

Come documentato dalla Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla Loggia P2, il ‘banchiere di Dio’ strinse alleanze con personaggi legati alla Loggia di Licio Gelli, Michele Sindona e Roberto Calvi. Questi legami si svilupparono a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, periodo in cui l’Istituto per le Opere di Religione (IOR), fu coinvolto nel colossale crack del Banco Ambrosiano. Secondo diverse inchieste giudiziarie, tra cui quella sul caso Calvi, il cardinal Marcinkus si trovò al centro di una rete di interessi occulti che fondeva la finanza vaticana con le trame della P2 e il riciclaggio di denaro sporco. Paul Marcinkus delegò la gestione di gran parte dei massicci investimenti vaticani a questi due banchieri, che utilizzavano società offshore per operazioni speculative e, secondo le ricostruzioni, per il finanziamento di logge massoniche e movimenti politici.
La Loggia P2: Licio Gelli (nella foto con Andreotti), maestro venerabile della P2, riuscì a tessere una fitta trama di relazioni all’interno della ‘santa sede’, trovando terreno fertile negli ambienti finanziari dello IOR guidati da Marcinkus. Il fallimento dell’Ambrosiano e la morte sospetta di Calvi nel 1982, misero in luce le conseguenze di questa commistione tra Chiesa e poteri occulti.

Paul Marcinkus era in realtà un arcivescovo cattolico statunitense, noto soprattutto per aver presieduto lo IOR tra il 1971 e il 1989. È stato una delle figure più discusse e controverse della storia finanziaria della Santa sede. Voluto da Papa Paolo VI, divenne il “banchiere di Dio” nonostante non avesse alcuna formazione specifica in campo finanziario. Gestì l’enorme patrimonio della Chiesa (soldi accumulati da secoli sulle speculazioni delle disgrazie della povera gente). Marcinkus fu accusato di bancarotta fraudolenta e la magistratura italiana emise un mandato di cattura nei suoi confronti. Riuscì a evitare il processo e l’arresto rifugiandosi all’interno dello stato del vaticano, che gli concesse l’immunità. Nel 1987 venne emesso un mandato di cattura internazionale, ma la giustizia italiana riconobbe l’immunità diplomatica l’anno successivo, permettendogli di mantenere l’incarico fino al 1989. Il suo nome e il suo operato venne accostato ad alcuni dei più grandi misteri italiani degli anni ’70 e ’80, tra cui la morte di Papa Giovanni Paolo I (foto sotto) e la scomparsa di Emanuela Orlandi. Dopo aver lasciato lo IOR, continuò a servire la Chiesa negli USA e visse in Arizona fino alla sua morte, avvenuta nel 2006.

Nel 2011 l’Italia celebrò i 150 anni dell’unità nazionale e dovette prendere atto che la sua più grande questione nazionale, ovvero il divario Nord-Sud è ancora attuale, è stato un fallimento politico-sociale-culturale d’intere generazioni. Una situazione mai risolta del genere, ha segnato un eterno rapporto di sudditanza nord-sud che riguarda tutto il mondo, (esempi inequivocabili: Nord America e Sud America, Stati Unionisti e Stati Confederati, Nord Europa ed Europa del Sud), più di un secolo e mezzo di abusi e malversazioni, violenze, stragi, genocidi nascosti segretamente ad opera di coloro che considerano l’unificazione come una campagna di conquista. Infatti, contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, l’Italia è il paese che non ha ancora reso pubblici i documenti relativi alle campagne contro i cosiddetti “briganti”. Non ci meravigliamo pertanto se esiste uno strettissimo rapporto di interesse prevalentemente geopolitico fra mafia (o assomafia) siculo-americana e strategie statunitensi mediterranee.

La massomafia” è un potere segreto delle strutture massoniche per scopi illeciti, eversivi o criminali. Gli elementi chiave di questo fenomeno in Italia includono il caso P2, la Loggia Propaganda 2 (P2), guidata da Licio Gelli. Operava come centro di potere occulto con l’obiettivo di destabilizzare le ‘istituzioni democratiche’ e condizionare la vita politica ed economica italiana. Le organizzazioni criminali, come ‘ndrangheta e Cosa Nostra, hanno fatto affari sporchi con la massoneria, per stringere patti con professionisti, magistrati, politici e imprenditori. Le inchieste giudiziarie storiche, già allora avevano sovrapposto l’azione di logge massomafiose con trame eversive e stragi di stato.

Nel cuore degli anni di piombo in Italia, una rete intricata di stragisti, servizi segreti e massoneria occulta (es: P2), vengono condannati. Attraverso un’analisi accurata e dettagliata, vengono svelati i legami nascosti tra questi elementi apparentemente separati, gettando luce su una stagione di violenza e instabilità. Si può scoprire come le forze oscure agivano nell’ombra, intrecciando destini e plasmando il corso della storia. La massoneria, è quindi formata da logge segrete per scopi eversivi, colluse con mafie e apparati occulti dello stato. Questi intrecci hanno manovrato la “strategia della tensione” e il riciclaggio di denaro, sfruttando reti di potere occulto per condizionare la politica e l’economia. Il caso più eclatante è proprio la loggia Propaganda 2. Negli anni ’70 e ’80, questa organizzazione segreta ha unito alti ufficiali dei servizi segreti (come il SID e il SISMI), politici, banchieri e imprenditori. L’obiettivo dichiarato era l’attuazione di un piano di “rinascita democratica” per sovvertire l’ordine istituzionale. La P2 ha agito come un governo ombra, infiltrandosi nelle supreme cariche dello stato, omologandosi ai servizi segreti ‘deviati’ e depistando le indagini sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia. Nel tempo, le logge massoniche hanno stretto accordi con le mafie, in particolare con cosa nostra e la ‘ndrangheta. Le organizzazioni criminali usano i circuiti massonici per: ripulire il denaro attraverso canali finanziari riservati; ottenere favori e protezioni istituzionali o giudiziarie; esercitare un’influenza politica ed economica di alto livello. La stessa Direzione Nazionale Antimafia ha confermato casi documentati di boss e affiliati con una “doppia appartenenza” criminale e massonica. Le procure continuano a indagare su questi legami oscuri. Storici e magistrati evidenziano una “strategia parallela” in cui i mandanti esterni di molti misteri italiani (dagli attentati alle mancate catture di latitanti) si nascondono proprio nell’intersezione tra massoneria, apparati di intelligence e criminalità organizzata. La ‘ndrangheta, già negli anni ‘60 aveva rapporti con la massoneria, nella misura in cui questa faceva da tramite con le istituzioni. Il fine era instaurare rapporti di cointeressenza con la classe politica, attraverso la clientela saldata dal voto di scambio. Dagli anni ’70 i rapporti si stringono nella misura in cui, la massoneria faceva da tramite con le istituzioni. Incomincia ad avere rapporti stretti dopo la prima guerra di ‘ndrangheta, dove alcuni capibastone diventano massoni per poter comunicare senza intermediari e incrementare così i guadagni con personaggi della massoneria appartenenti anche al mondo bancario, della magistratura, imprenditoria e delle forze del disordine.

Questo nuovo modo di agire della mafia calabrese sembra sia stato voluto dal vecchio capobastone don Girolamo (Mommo) Piromalli e da Paolo De Stefano. Chi era contrario a ciò, come Antonio Macrì e Domenico Tripodo, riteneva che la ‘ndrangheta non dovesse affiliarsi ad altre associazioni e quindi rispettare le tradizionali regole del codice mafioso. Questi furono eliminati, ma comunque per ovviare al problema morale, Piromalli fonda la Santa, una sorta di ultimo grado gerarchico dell’organizzazione, alla quale una volta avuto accesso, si ha il potere anche di entrare in contatto e affiliarsi ad altre organizzazioni, come la massoneria. I santisti potevano essere massimo 33, ma successivamente il numero fu incrementato. Nel 1992 la cosiddetta “inchiesta Cordova” (dal nome del Procuratore capo di Palmi Agostino Cordova che la condusse), fece emergere rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria. Cordova dispose perquisizioni nelle sedi del Grande Oriente d’Italia, che determinarono le dimissioni del Gran maestro Giuliano Di Bernardo (foto sotto).

L’inchiesta sulla massoneria fu poi trasmessa alla Procura di Roma dopo il trasferimento di Cordova a Napoli nel 1993 ed archiviata nel 2000 da quella venduta del GIP Augusta Iannini, che dichiarò: “non doversi promuovere l’azione penale nei confronti dei 64 massoni indagati”. Nel 1995 con l’operazione Olimpia si ebbero maggiori informazioni; si scoprirono le persone che fecero accedere i santisti nella massoneria calabrese: il notaio Pietro Marrapodi, Pasquale Modafferi e il capo-loggia Cosimo Zaccone. Il 7/11/2012 da un’inchiesta della DDA di Catanzaro, emerge il presunto coinvolgimento della cosca per i lavori di ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo e la messa in opera a Roma della rete di fibre ottiche per internet e del coinvolgimento con Paolo Coraci, fondatore di una loggia massonica che avrebbe chiesto il sostegno elettorale per D’Ambrosio in cambio di appalti nel Lazio, Lombardia e Veneto. Nello stesso anno, dall’inchiesta Saggezza della DDA di Reggio Calabria, è emerso che il legame con la massoneria italiana sarebbe molto forte, al punto di costituire una via di infiltrazione ai vertici apicali della politica e dell’economia italiana, oltre alla promozione di 3 questure (due al Sud e una al Nord) a livello di direzione generale. Il 31/1/2017 in udienza presso la commissione antimafia, l’ex maestro del GOI Giuliano Di Bernardo racconta dei legami tra ‘ndrangheta, Cosa Nostra e massoneria, e che il numero 1 della massoneria calabrese gli riferì che 28 logge calabresi su 32 erano infiltrate dalla ‘ndrangheta.
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Bisogna pure che la verità
venga su dai tuguri
poiché dall’alto non vengono
altro che menzogne.
Louise Michel
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Solidarietà alle compagne e ai compagni Anarchici ingiustamente arrestati o indagati.
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Cultura dal basso contro i poteri forti
Rsp (individualità Anarchiche)