
Il 28/5/1974 i sindacati e il Comitato antifascista organizzarono a Brescia una grande manifestazione per protestare proprio contro il terrorismo nero, che stava proliferando, im sovvenzionato, protetto e impunito. Alle 10 e 12 di quel 28 maggio, in piazza della Loggia a Brescia, un ordigno è stato fatto esplodere in un contenitore della spazzatura durante una manifestazione antifascista indetta per protestare contro una serie di attentati avvenuti nella zona, che provocò 8 morti e circa 100 feriti.

Il lungo iter processuale fatto di 3 processi, si è concluso nel 2017, condannando per strage il dirigente di Ordine nuovo Carlo Maria Maggi, (foto sopra) come organizzatore dell’eccidio, e il militante (e informatore del SID) Maurizio Tramonte (foto sotto), per concorso in strage. Non c’è stata nessuna condanna per i depistaggi messi in opera dal SID, pur ricostruiti in modo preciso e dopo decenni di depistaggi e processi, solo 2 persone sono state condannate all’ergastolo per l’infame attentato neofascista.

La strage di piazza Loggia a Brescia è stata uno degli attentati più gravi del terrorismo nero dell’Italia repubblicana. Come per gli altri attacchi dinamitardi neofascisti a piazza Fontana (Milano) nel 1969, sul treno Italicus nel 1974 e alla stazione di Bologna nel 1980, i mandanti e i responsabili sono rimasti a lungo, o del tutto, impuniti. Il motivo è che tra i militanti delle organizzazioni neofasciste responsabili delle stragi, si trovavano anche servitori dello stato, come membri dei servizi segreti o delle forze dell’ordine, politici o dirigenti pubblici, che contribuirono a depistare le indagini e coprire le tracce dei loro crimini. Lo stragismo di stato che caratterizzò i cosiddetti Anni di piombo, tra il 1968 e il 1980, fu opera di organizzazioni della Nato anticomunista che hanno usato come braccio armato (esaltati col cervellino piccolo perché abituati solo a obbedire al più forte), gruppi neofascisti. Le stragi di stato eseguite dai fascisti sono descritte come attacchi sotto ‘falsa bandiera’, o ‘false flag operation’ in inglese, termine con cui si indicano quelle operazioni ideate per far ricadere la colpa sui comunisti. In quel periodo sociale e storico, il Partito comunista italiano stava cominciando a essere coinvolto nelle maggioranze parlamentari e la cittadinanza italiana era sempre più schierata a sinistra.

Due settimane prima della strage di piazza della Loggia il popolo italiano aveva bocciato il referendum abrogativo della legge sul divorzio, fortemente sostenuto dal gruppo neofascista capeggiato da Giorgio Almirante (foto sopra), il Movimento sociale italiano (Msi). I neofascisti di Ordine nuovo, gruppo nato dall’Msi, riuscirono a piazzare un ordigno in un cestino dei rifiuti di piazza della Loggia, che esplose mentre i manifestanti si riparavano dalla forte pioggia. Due ore dopo l’esplosione, approfittando del caos dei soccorsi e dello sgomento generale, qualcuno ordinò ai pompieri di ripulire il luogo dell’attentato con le autopompe, rendendo impossibile individuare impronte, oggetti o reperti utili alle indagini. Contemporaneamente, qualcun altro fece sparire dall’ospedale tutti i reperti prelevati dai corpi dei morti e dei feriti, che sarebbero stati utili a ricostruire l’origine dell’ordigno.

Le prime condanne arrivarono nel 1979, ma la figura cardine del processo, il terrorista Ermanno Buzzi (foto sopra), fu ucciso in carcere da altri 2 detenuti di estrema destra. La sua morte (pianificata dai fasci) portò all’assoluzione di tutti gli altri fascisti stragisti di stato nel 1981, che vennero annullate dalla corte di Cassazione nel 1983 e poi riconfermate nel 1985. Un altro filone di indagini aprì le porte di Ordine nuovo agli inquirenti, a seguito di alcune testimonianze che indicarono la presenza di Cesare Ferri (foto sotto), membro dell’organizzazione, nei pressi di piazza della Loggia il 28/5/1974. Anche in questo caso, la mancanza di prove oltre alle testimonianze portò all’assoluzione di tutti gli imputati.

I processi e le indagini restarono così in panne fino al 2010, quando furono condotti alla sbarra Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino e Giovanni Maifredi. Zorzi e Maggi erano due dirigenti della cellula veneziana di Ordine nuovo, Rauti era il fondatore dell’organizzazione e membro dell’Msi, Delfino era un ex generale dei carabinieri responsabile dei depistaggi all’epoca delle stragi, mentre Maifredi era collaboratore dell’allora ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani (foto sotto), della Democrazia cristiana. Infine, Tramonte era un militante dell’Msi e di Ordine nuovo che faceva da informatore per i servizi segreti italiani, chiamato “fonte Tritone”. Rauti, Zorzi, Delfino e Maifredi sono stati assolti con formula dubitativa, cioè per insufficienza di prove nel 2012.

Mentre Maggi e Tramonte sono stati condannati all’ergastolo il 22/7/2015 dalla Corte di assise di appello di Milano, il primo come mandante della strage di piazza della Loggia e il secondo come esecutore. La sentenza è stata confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2017, dopo 43 anni di depistaggi e impunità. Fu Tramonte a ispirare una relazione del Sid, il servizio segreto militare, in cui si diceva che nel ‘74 c’erano state riunioni in cui Ordine Nuovo, sciolto nell’anno precedente, aveva deciso una ripresa clandestina delle attività. Uno di questi incontri avvenne ad Abano Terme 3 giorni prima della strage di stato a Brescia.

Nella sentenza milanese firmata dalla giudice Anna Conforti (foto sopra) e ribadita dalla Cassazione, considerata miliare nella ricostruzione dei fatti, si legge: “Dagli atti processuali, emerge la prova certa di comportamenti ascrivibili ai vertici territoriali dell’arma dei cc e ad alti funzionari dei servizi segreti”. Quindi non c’erano solo i ‘neri’ a Brescia nel ’74. Da quello che si è potuto apprendere, i pubblici ministeri Silvio Bonfigli e Cate Bressanelli hanno prodotto diversi elementi di prova: come le dichiarazioni di Gianpaolo Stimamiglio, ex esponente del Centro Studi Ordine Nuovo, che a partire dal 2010 iniziò una collaborazione.

Stimamiglio riferì di un incontro con Marco Toffaloni (foto sopra, poco dopo l’esplosione), condannato dal tribunale dei Minori di Brescia a 30 anni di carcere, riconoscendolo come uno degli esecutori della strage di Piazza Loggia. Attualmente, Toffaloni vive in Svizzera (nei Grigioni) e la sua estradizione in Italia è resa complessa dal fatto che il reato di strage è prescritto per la legge elvetica. L’inchiesta approdata col processo a carico di Roberto Zorzi con rito ordinario, ha messo in luce documenti e materiali sul cosiddetto ‘terzo livello’ delle coperture, che portano a Palazzo Carli, il Comando della Nato di Verona. I magistrati di Brescia, Silvio Bonfigli, protagonista dell’inchiesta durata quasi un decennio assieme alla collega Caty Bressanelli, hanno indagato fino a toccare i fili dell’Alleanza. Dalle 280 mila pagine depositate dalla Procura, emerge che la pista investigativa porta proprio a Palazzo Carli (Verona): nel II dopoguerra, divenne prima sede del Comando delle forze militari della NATO, e poi sede del Comando delle forze operative terrestri COMFOTER dell’Esercito Italiano. In questa struttura, secondo gli investigatori, vi sarebbero state delle riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe mirato a sovvertire la democrazia italiana. Il tutto con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi.

Quindi le stragi di stato nascono con l’organizzazione del piano militare Nato anticomunista chiamato “strategia della tensione” in un periodo storico complesso in cui gruppi neofascisti, in connivenza con apparati deviati dello Stato (Sid: doppio servizio segreto italiano) e reti internazionali anticomuniste (come l’organizzazione “Gladio” legata alla NATO), hanno compiuto stragi e attentati per destabilizzare l’ordine democratico e impedire l’ascesa della sinistra. L’obiettivo generare era quello di creare terrore indiscriminato tra la popolazione per giustificare svolte militari repressive autoritarie, insieme a governi spregiudicati e autoritari per reprimere i movimenti sociali e politici della sinistra, durante il clima della ‘guerra fredda’. Nella rete internazionale NATO, esistevano strutture segrete sovranazionali di intelligence (come le reti Stay-Behind, di cui Gladio in Italia era il ramo nazionale). Sebbene la NATO non avesse un piano per pagare direttamente i terroristi neofascisti per le singole stragi, le inchieste hanno rivelato che queste strutture paramilitari segrete sono state spesso usate per proteggere e reclutare elementi dell’estrema destra in funzione anticomunista, fornendo copertura, armi o addestramento.

Fu un periodo storico molto tragico perché l’insicurezza ed il disordine sociale portarono alle bombe di stato nelle piazze e nelle stazioni (terrorismo psicologico), agli scontri di piazza, alle trame eversive, ai colpi di stato e alla morte di giovani anarchici come Il compagno Pino Pinelli (foto sopra), che lottava contro le ingiustizie di una classe politica sempre più militaresca e cattofascista e per la lotta di classe e i diritti e la giustizia sociale degli oppressi. Questo spazio temporale è stato chiamato “strategia della tensione” (o “anni di piombo”) e, a differenza di Spagna e Irlanda (altri 2 Paesi che videro negli anni ‘70 un forte scontro tra destra e sinistra), quello italiano si caratterizzò per una forte violenza politica e per una insicurezza causata anche da un nemico “interno”, i ‘servizi segreti deviati’ (P2 e Gladio), che spinsero verso l’instabilità politica, con lo scopo di arrivare ad una guerra civile. La paura di una deriva autoritaria alla stregua della Grecia dei Colonnelli era molto sentita e tutti avevano paura. Ma cosa spinse verso questa situazione? Innanzitutto il Paese ha vissuto tra il 1958 e il ’63 il boom economico (non per tutti…), che fu rapido nei progressi tecnologici ottenuti, perciò vide iniziare la migrazione lavorativa verso le zone più industrializzate del Paese, per non dover andare più all’estero: gli italiani più ricchi nel periodo post bellico, compravano elettrodomestici e servizi, si spostavano in macchina ed andavano in vacanza. Tutto questo benessere portò per la prima volta (in maniera intensa) la gente in piazza a manifestare e protestare vivamente per conservare i loro diritti conquistati e che il potere politico democristiano gli voleva togliere.

Sono proprio gli studenti a scaldare gli animi e la piazza: è il vento del ‘68 che inizia a soffiare sull’Europa: in Francia (il famoso “maggio francese”), in Germania occidentale, Cecoslovacchia (la “primavera di Praga”) e, successivamente, nel nostro Paese. L’anno fu caratterizzato dalla rivolta contro un sistema mondiale obsoleto e da cambiare, in quanto il ‘68 vide la rinascita di un movimento anticonformista e teso alla socializzazione, soprattutto nelle università. Nascono i primi movimenti femministi e di difesa dei diritti dei più deboli e degli emarginati.

Agli studenti si affiancarono i lavoratori (e viceversa) nell’”autunno caldo” del 1969, cercando un riscatto sociale, rifiutando il sistema aziendale e il modello capitalista che li sfruttava a scapito del fattore umano. “Partecipazione”, “uguaglianza”, “sciopero”, “riscatto sociale” e “pacifismo” sono state le parole chiave del ‘68. Nel 1970 ci fu la vera conquista dei lavoratori quando, il 20 maggio entrò in vigore la legge 300, lo “Statuto dei lavoratori” che il governo Renzi abolì nel 2015, mentre il piduista Berluska ci impose il libero mercato (libero sfruttamento legale) e che ancora oggi i sindacati non si sono fatti sentire per riavere l’art 18 come giusto contratto contro lo sfruttamento e il libero licenziamento.
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Siamo anarchici perché vogliamo la giustizia;
rivoluzionari perché vediamo l’ingiustizia
regnare ovunque intorno a noi.
E. Reclus
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Solidarietà a tutte e tutti gli anarchici arrestati ingiustamente.
Anarchia: l’unica coerente, l’unica via!
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Cultura dal basso contro i poteri forti
Rsp (individualità Anarchiche)