PLAZA DE MAYO, Nora sfida chiesa e governo

argentina

04 marzo 2015
Plaza De Mayo, Nora sfida Chiesa e governo

‘In nome dei nostri figli, riaprite gli archivi’…..

“Il capo dell’esercito era ufficiale nella zona dove mio figlio e altri giovani furono inghiottiti dal regime della dittatura militare”.
Parla la madre di un desaparecido.
Sono passati 38 anni e Nora, di Carlos Gustavo, non ha mai saputo più nulla.
Quello che sa è che l’attuale capo dell’esercito, Cèsar Milani, nominato dalla presidente Cristina Kirchner, “si è reso responsabile di violazione dei diritti umani” e potrebbe essere stato coinvolto nella sparizione di suo figlio o in quella di altri desaparecidos. Nè i governi che si sono succeduti né la Chiesa hanno voluto fare piena luce sulla pagina nera della storia del suo Paese quando in Argentina tra il 1976 e il 1983 c’è stata la messa in pratica sistematica di un terrorismo di Stato da parte di una dittatura sanguinaria con sequestri, torture, omicidi di giovani
oppositori politici cui strapparono anche i neonati.
Dal lontano 30 aprile del 1977, quando per la prima volta lei e altre 13 madri, decisero di andare in Plaza de Mayo a manifestare di fronte alla sede del governo trasformando il dolore per la perdita dei propri figli in coraggio nel fronteggiare la dittatura, le sue cariche a cavallo e le sue crudeli vendette, Nora non si è mai arresa e non intende farlo ora. Il movimento delle Madres de Plaza de Mayo, che ha unito migliaia di donne in quella piazza simbolo, da quel sabato e poi tutti i giovedì da allora sino ad oggi, è ora raccontato nei libri di scuola dei suoi nipoti come un pezzo fondamentale nel processo di democratizzazione in Argentina. Ma lei, che oggi ha 87 anni, non ci pensa proprio a farsi rinchiudere tra le pagine di un libro e ritiene, contrariamente ad altre Madres che hanno “diluito” la loro lotta, che l’impegno per la ricerca della verità debba proseguire senza sconti.
Nora Cortinas non ha mai saputo più nulla di suo figlio Carlos Gustavo dopo che la dittatura lo ha inghiottito insieme ad altri 30mila desaparecidos. E da questa donna cattolica parte una sfida a Papa Francesco, che all’epoca ebbe un ruolo di peso come Provinciale dei gesuiti in Sud America. “Si vanta di essere moderno: dimostri la sua modernità chiamando l’episcopato argentino e ordinando che vengano aperti gli archivi della Chiesa per fare piena luce su quello che avvenne”.
Quando l’attuale capo dell’esercito fu nominato, attacca Nora, la presidente Kirchner “sapeva” dei “sospetti” su Milani ma lo ha nominato lo stesso….
Niente sconti neanche alla Chiesa da questa donna: “Sono dimostrate le complicità dei vertici con la dittatura, cappellani militari davano l’estrema unzione ai desaparecidos prima che questi venissero gettati nel Rio de la Plata, il vertice, 4 o 5 vescovi, di cui solo uno credo oggi sia vivo, sono sempre stati schierati col regime” e non c’è “mai stato un mea culpa”, ricorda Nora Cortinas.
Una cosa è certa: gli anni della dittatura non sono stati ancora raccontati nella loro interezza, ci sono processi in corso, alcune condanne, e verità che, nonostante i passi avanti, incontrano resistenze. “Ho tre nipoti e ho tre bisnipotine e continuerò a lottare fino a quando mi rimarrà l’ultimo alito di vita”, afferma questa donna dall’energia inesauribile, con l’ostinazione di chi non intende scendere a compromessi su questioni che non ritiene negoziabili…..
Nora, sostiene che i Kichner hanno messo in atto un’operazione per “cooptare” il movimento delle Madri di Plaza de Mayo….
Il 29 gennaio scorso, a pochi giorni dal misterioso omicidio/suicidio del giudice che stava indagando su Cristina Kirchner e che ha messo a nudo la fragilità della democrazia argentina, a Plaza de Mayo c’erano due gruppi di donne arrivate a distanza di un quarto d’ora l’uno dall’altro. Nora era tra queste, giunte come tutti i giovedì a spiegare a chi ha voglia di fermarsi perché la loro lotta non è finita, con uno striscione dove si ricordavano i 30mila detenutos-desaparecidos vittime della dittatura.
Sul numero dei 30mila detenutos-desaparecidos in Argentina ancora si discute, con chi tiene a puntualizzare che sono stati di meno, anche se bastano le frasi del mai pentito dittatore Videla (finito in carcere solo nel 2003 e morto quasi due anni fa) a dare la misura di quanto è avvenuto. Videla amava ripetere: “prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi”.
Le vetrate dell’Esma, la scuola di addestramento della Marina che durante la dittatura si era trasformata (come altri luoghi sparsi in tutta l’Argentina) in scenario dell’orrore, sono ricoperte da migliaia di piccole foto che ritraggono i volti dei desaparecidos, foto caparbiamente conservate e diffuse dalle madri in tutti questi anni alla ricerca di qualsiasi notizia potesse restituire qualcosa, qualsiasi cosa, sui loro figli inghiottiti dal regime. Certamente quello che sappiamo è che sono migliaia, come sappiamo che ai prigionieri veniva dato un numero, da 1 a 999, e che a partire dal millesimo desaparecido i militari ricominciavano a contare. Si è scoperto che lo stesso numero era appartenuto a più detenuti”….
I bambini strappati dal seno delle proprie madri, che sono stati affidati a famiglie di militari o legate al regime, si stima siano stati circa 500. Di questi, grazie alla ricerca instancabile delle loro nonne, che si costituirono nel movimento delle Abuelas, ne sono stati “recuperati” sinora 116. Un processo, quello della identificazione, lungo e doloroso, rifiutato peraltro da alcuni a causa dell’enormità nello scoprire che chi ti ha cresciuto è stato il carnefice dei tuoi veri genitori.
Tanto ancora è da ricostruire e non solo in Argentina: pochi giorni fa, nell’aula bunker di Rebibbia a Roma, si è aperto il processo Condor (dal nome del Piano messo in atto negli anni ’70 capeggiato dagli Stati Uniti in diversi Paesi del Cono Sud dell’America latina per imporre il neoliberismo “a tutti i costi”, ricorda Nora). Quarantatré giovani di origini italiane sono stati sequestrati e uccisi tra il 1973 e il 1978 in Argentina, Perù, Bolivia, Uruguay e Cile e tra gli imputati, nessuno è di nazionalità Argentina perché l’Argentina non ha collaborato con la giustizia italiana e non ha notificato, come richiesto, gli atti per consentire agli imputati di partecipare al processo.
E in Argentina? A più di trent’anni dalla fine della dittatura, molti processi sono ancora in corso.
Il giudizio contro la giunta militare, aperto nel 1985, fu chiuso con rapidità. E dopo le prime condanne, arrivò un colpo di spugna con le leggi sull’impunità……

Rsp (individualità Anarchiche)

 

 

7/2/1945: Eccidio di Porzûs (2° parte)

Sogno in divisa

7/2/1945: Eccidio di Porzûs (2° parte)

La Brigata Osoppo
Formazione partigiana bianca, foraggiata dagli alleati, che all’inizio agisce principalmente in Friuli, e nella quale verranno arruolati diversi fascisti che abbandonano la RSI. Nel Febbraio del ’45, la Brigata Osoppo partecipa ad un accordo con l’Organizzazione Franchi (rete spionistica collegata all’Intelligence Service e diretta da Edgardo Sogno), e la X MAS (il corpo speciale della RSI, comandato dal “principe nero” Junio Valerio Borghese), per contrastare le brigate partigiane jugoslave dopo la sconfitta dell’esercito d’occupazione nazista. Dalla Osoppo nasceranno nel maggio ’45 le formazioni armate anticomuniste: II Corpo Volontari delle Libertà, Volontari per la Difesa dei Confini, Gruppi Tricoloristi. Le radici della cosiddetta destra bianca eversiva, com’è accaduto e accade per quasi tutte le cose peggiori in Italia, affondano in un complesso sistema di ingerenze esterne (in prevalenza da parte delle superpotenze vincitrici del 2° conflitto mondiale: vaticano, Usa e Urss) nella vita politica, militare, economica e civile del nostro Paese. Nel 1948 esistevano nuclei armati di irriducibili di Salò, i quali confluirono nella brigata Osoppo, e che non volevano accettare la nuova situazione nazionale.
Ma questi non erano in grado di progettare freddamente ed analiticamente una strategia di lotta anticomunista, allo scopo di operare quello che, in uno dei vari contributi offerti dalla disciolta Commissione Stragi, viene definito “un cordone sanitario” nei riguardi della sinistra italiana. I reduci irriducibili di Salò erano pochi, emarginati e ridotti alla fame. All’immediata vigilia di quel crocevia di ogni futura spinta rivoluzionaria che fu la scadenza elettorale dell’aprile 1948, così si esprimeva il National security council americano a proposito dell’impegno anticomunista in Italia: “La dimostrazione di una ferma opposizione degli Usa al comunismo e la garanzia di un effettivo sostegno americano, potrebbe incoraggiare gli elementi non comunisti in Italia a fare un ultimo vigoroso sforzo, anche a costo di una guerra civile, per prevenire il consolidarsi di un controllo comunista”.
La conclusione fu la proposta di fornire a tali elementi, concreti appoggi finanziari e militari. Come si vede, nel nostro paese, più o meno nello stesso momento, le 2 superpotenze affilavano le armi e raffinavano le strategie di penetrazione nell’economia e nella finanza, sulla testa degli italiani, che eran solo un dettaglio collaterale nel grande schema della Guerra fredda: questo è lo scenario in cui nacque la guerra civile permanente, da cui si crearono le condizioni, in momenti di particolare tensione, per una drammatica ripresa delle ostilità. Ma non più con le armi convenzionali, ma attraverso i princìpi e le regole dei conflitti a bassa intensità. Prima fra tutte con l’applicazione della dottrina della guerra psicologica. Come è noto, nelle elezioni del ’48 stravinse la Dc, atlantista e filoamericana. Ma gli Usa, dopo lo scampato pericolo, ritennero di non dovere ripetere il rischio e si diedero da fare per creare una fedele struttura clandestina permanente, che vigilasse in silenzio, sotto l’egida delle neonate istituzioni democratiche, in vista di un’eventuale invasione militare da Est: così nacque l’organizzazione “O” (dove “O” sta per Osoppo), come la formazione partigiana che, 6 mesi dopo la fine della guerra, fu ricostituita per sorvegliare i confini con la Jugoslavia, e che diede molti uomini alla neonata struttura, cambiando presto la sua denominazione in Volontari Difesa Confini Italiani.
La Vdci, immediata antesignana della rete Stay Behind, assunse ben presto la funzione di difesa e protezione degli obiettivi sensibili, in momenti di grave perturbazione pubblica, riassumendo, nel 1950, il suo nome originario, per diventare, alla fine del 1956, la “Stella Alpina”, che sarebbe diventata una delle 5 articolazioni di Gladio: non si trattava di una struttura da poco se, nel ’50, poteva contare su circa 6.500 uomini mercenari tra ufficiali, sottufficiali e truppa. Nel ’47, inoltre, fu affidato al col. Ettore Musco (che nel ’52 divenne comandante del Sifar), il comando dell’Armata italiana della libertà (Ail), organizzazione fascista finanziata dalla Cia. Il capo era Sorice già min. della guerra Badoglio. Nel suo comitato centrale si contano 4 ammiragli, 10 generali e 4 colonnelli), che lui stesso aveva fondato.
È in questo contesto che si colloca, intorno alla metà degli anni ’50, anche l’attività del movimento anticomunista Pace e libertà, fondato dalla medaglia d’oro al valor militare Sogno, che appare legato da relazioni semiufficiali con i ministri Scelba e Moro, (Moro lo raccontò ai suoi carcerieri nel ’78) in chiave di difesa-protezione civile con forte impostazione antisovietica. Sulla strada della creazione di Gladio, si collocano anche 2 piani lanciati su scala europea dagli americani: il 1° è il Demagnetize (in Francia si chiamerà Cloven), che aveva l’obiettivo di arginare ogni attività sovversiva comunista in Italia. Questo vasto ed articolato piano, giunto alla sua fase operativa a metà del 1952, assunse il nome di piano Clydesdale, ed ebbe come principale nemico l’asse Pci-Cgil, individuato come un potere comunista italiano. La strategia del piano era semplice: repressione delle attività comuniste e promozione dello sviluppo sociale ed economico dell’Italia in chiave filoamericana, scollando sempre di più i sindacati dalla sinistra. Protagonista delle relazioni internazionali che favorirono la nascita di questo vasto progetto, fu Alcide de Gasperi, che, tuttavia, fu sempre attentissimo a non far trapelare le sue reali relazioni con gli States, simulando un’assoluta autonomia di scelte, che era invece fittizia. Nei secondi anni ’50, proseguì alacremente questa attività resistenziale segreta, con la creazione del Reparto Guerra Psicologica (’57) e l’allestimento del gruppo d’indagine sui dirigenti comunisti guidato dal questore Domenico De Nozza (’58). Molte di queste strutture si appoggiavano a elementi neofascisti, che pure, spesso, venivano arruolati in modo diretto dai servizi occidentali (come per Carlo Digilio, Marcello Soffiati e Marco Affatigato). Per alcuni pare evidente il legame tra queste attività e quelle che erano state le strutture dell’Ovra, la polizia segreta di Mussolini, da cui vennero spesso uomini e programmi della lotta anticomunista occulta del 2°dopoguerra. Tuttavia, nelle liste degli informatori dell’Ovra vi erano molti elementi “agganciati” nel Partito comunista, nel Partito socialista e in altri movimenti di sinistra.
Celebre, ormai, la figura del mercenario Giorgio Conforto, per decenni il capo della rete di spionaggio del Kgb in Italia, fonte informativa privilegiata dell’Ovra di Guido Leto. Tutto questo fervere di sigle, piani e operazioni portò, inevitabilmente, da una parte, a una spaventosa commistione tra attività istituzionali e attività clandestine e, dall’altra, alla necessità di creare una sovrastruttura che queste attività le comprendesse tutte, nel bene e nel male: è Stay Behind, più nota come Gladio. Un caso a se stante è quello riferito ai Nuclei di difesa dello stato (Nds), in parte svelati dal col. Amos Spiazzi, il quale ha raccontato che questa rete di resistenza clandestina, attiva in prevalenza nel Nord Est del Paese è stata attiva fino al 1973: anno cruciale per tutte le organizzazioni parallele operanti dal dopoguerra: da Stay Behind alla Gladio rossa. Nell’estate del ’73, la rete dei Nuclei di difesa dello stato (poiché scarsamente fedele all’atlantismo made in Usa) venne smantellata. La dirigenza del Pci di quegli anni aveva una totale connivenza col nemico di allora, cioè l’Urss, e che, pertanto, lo stato democratico avesse il diritto-dovere di tutelarsi, in funzione antisovietica e antinvasione.
Lo Stato ha dato vita a delle strutture ampiamente clandestine, alcune delle quali non solo inutili, ma del tutto illegali. Gladio, i Nds, il Gruppo Siegfried (sempre dei Nds) di ex repubblichini, avrebbero dovuto intervenire su piani come il piano Solo. Dal nome Solo perché fatto solo dalla brigata meccanizzata dei carabinieri, nato negli anni ’50, ma rispolverato nel 1964 dal governo dell’epoca e affidato al gen. Giovanni De Lorenzo. Esistevano presso il ministero dell’Interno e le Prefetture piani di emergenza in caso di gravi turbamenti dell’ordine pubblico che prevedevano, con prassi dettagliate e precise, lo stato di fermo per tutta una serie di persone ritenute pericolose per la sicurezza nazionale. Ufficialmente, Gladio nacque nel novembre 1956, con un accordo tra il Sifar (dipendente dal ministero della Difesa) e la Cia. Dato che, però, l’investitura istituzionale di Gladio è legata all’accordo del 1959 che ammise il Sifar nella struttura Nato del Coordination and Planning Committee, bisogna ritenere che la struttura, almeno tra il ’56 ed il ’59, agisse senza un’adeguata legittimazione istituzionale. Tuttavia, proprio per le esigenze di sicurezza, al fine di tenere il più possibile questa materia lontana dalle curiosità interessate del Pci (legato a doppio filo a Mosca, non solo per la questione dei finanziamenti), le “nostre autorità” centrali decisero che la questione non avrebbe mai e poi mai potuto entrare nel dibattito parlamentare.
L’Italia, sia nelle attività della maggioranza parlamentare che in quelle dell’opposizione, è stata per decenni un Paese a doppio Stato, e quindi a sovranità limitata, con un Parlamento in cui gli uni tenevano all’oscuro gli altri (e viceversa) delle attività clandestine legate alla guerra fredda. Questo clima di guerra civile continua, è forse la principale ragione dell’incapacità oggettiva dell’Italia di fare i conti con la propria storia e di tirare una riga sul proprio passato: finché sarà in vita la generazione impunita che fu protagonista di questa drammatica lotta sotterranea, questi conti resteranno in sospeso. Così come il giudizio su quei personaggi che ne furono, nel male, protagonisti.
Nei mesi che avevano preceduto la caduta di Mussolini, mentre si profilava l’inevitabile sconfitta dell’Asse, la diplomazia Usa aveva sondato orientamenti e desideri della chiesa, l’unica istituzione che in un paese segnato dallo sfacelo bellico mostrava di aver mantenuto la sua compattezza e di essere ancora in grado di tenere in mano le masse. Nell’occasione la Santa Sede si espresse in favore di un sistema monarchico conservatore e spese la sua parola a sostegno di quegli uomini politici appartenenti alla classe dirigente prefascista o che avevano militato nella compagine fascista moderata, mostrando invece la sua diffidenza, se non l’ostilità, nei riguardi delle personalità schierate nel campo dell’antifascismo. Come ha scritto Pietro Scoppola: “L’idea prevalente negli ambienti vaticani era quella di una sorta di continuità di un regime autoritario senza più Mussolini che avrebbe avuto nel mondo cattolico e nelle sue organizzazioni il suo punto di forza”. Indicativa, a questo proposito, la lettera inviata dopo la caduta di Mussolini e datata 11/8/’43 da Luigi Gedda, pres. centrale della Gioventù cattolica, al nuovo capo del Governo Badoglio. Nella missiva si consigliava al I ministro di utilizzare le forze inquadrate nell’Azione cattolica in modo da rafforzare la compagine statale contro il pericolo di sovversione, rappresentato sia dai fuoriusciti sia dall’antifascismo in genere, avanzando contemporaneamente l’idea di una prossima successione dei cattolici alla guida del paese. Di fronte all’ipotesi ormai più che realistica della sconfitta dell’Asse, la chiesa si mostrava più che altro preoccupata per l’avanzata del comunismo e cercava di porvi un argine concedendo il proprio appoggio a quelle forze che apparivano propense a ridisegnare gli assetti politici e sociali senza mettere in discussione ciò che essa conquistò nel corso del ventennio fascista. L’atteggiamento estremamente prudente della chiesa rimase tale anche dopo la fuga della monarchia e la divisione dell’Italia. Un futuro nel quale non erano escluse le istanze di rinnovamento che, comunque, doveva essere contrassegnato da uno sviluppo politico lento e controllato. Queste prese di posizione mostrano la diffidenza che la chiesa nutriva nei riguardi di quei movimenti armati che combattevano non inquadrati in reparti regolari.
Questo scetticismo si dissolse solo nell’estate del 1944 dopo che, prima la svolta di Salerno compiuta dal Pci, poi la liberazione di Roma, infine la creazione di un unico comando militare partigiano riconosciuto dagli alleati, attenuarono molto i timori del vaticano. Ciò nonostante sul piano politico fu proprio la santa sede, coi radiomessaggi natalizi del 1942, ’43 e ’44, ad incentivare la discussione e l’aggregazione dei cattolici. I 3 testi, che affrontarono rispettivamente i temi dell’ordine interno degli stati, della civiltà cristiana e del problema della democrazia, costituirono la grande cornice entro la quale il mondo cattolico poté muoversi alla ricerca di una nuova identità.
I 3 messaggi, che non indicavano una linea politica ben definita, rompevano però decisamente col passato poiché definivano la democrazia non più una fra le tante forme di governo possibili, ma bensì come la scelta tendenzialmente ottimale, affinché fosse garantito il rispetto della stessa chiesa e della coscienza religiosa. Aperture e chiusure convivono a fianco una dell’altra evidenziando come la santa sede si trovò ad agire su più livelli differenti, secondo una linea di comportamento molto spesso ambigua e oscillante che sfociava in direttive le cui norme eran poco applicabili nei casi concreti. Secondo Enrico Mattei partigiano bianco, che prese parola al I congresso della Dc nell’aprile del 1946 sull’argomento della partecipazione alla Resistenza, le forze messe in campo dai cattolici furono nell’ordine di 65.000 uomini distribuiti in 180 brigate o unità corrispondenti destinati a toccare la punta di 80.000 nella fase preinsurrezionale. Mattei per stimarne il loro apporto numerico alla fine della lotta di liberazione dichiara che il totale dei combattenti all’inizio del ’45 era di circa 130.000 uomini destinati a toccare la cifra di 200.000 a metà dell’aprile successivo.
Di creazione democristiana fu la Brigata Osoppo e le brigate del popolo, la cui organizzazione fu avviata nell’estate del ’44 e che mantennero una diffusione prevalentemente cittadina.

Gladio Bianca
Nel 1947 i dirigenti nazionali della Dc prendevano sul serio il pericolo di una insurrezione comunista ed erano convinti che essi, come paventava Giuseppe Dossetti, erano in grado «di massacrare i nostri quadri periferici con pochi uomini». La questione dell’insurrezione armata comunista venne posta in 2 fasi diverse: nel dicembre ’47, quando era imminente il ritiro dall’Italia delle truppe americane; poi nell’estate 1950, dopo lo scoppio della guerra in Corea. Secondo lo storico Piero Caveri, il Pci disponeva di un vasto apparato militare la ‘Gladio Rossa’, pronto ad agire se i russi sceglievano lo scontro con l’occidente. Il movimento dei cattolici-comunisti o partito della sinistra cristiana erano formazioni che operarono nella resistenza antifascista e che ebbero tra i loro esponenti Franco Rodano, Felice Balbo, Adriano Ossicini. Fu Stalin, in quella fase, a bocciare l’ipotesi insurrezionale, raffreddando gli ardori di Pietro Secchia e confortando la linea cauta di Palmiro Togliatti. Ma la Dc non stava a guardare. Nel timore che il ritiro Usa inducesse i russi a tentare un colpo di forza, fu avviata la costituzione di gruppi paramilitari (Gladio bianca) sulla base delle formazioni partigiane moderate che, come quelle ‘rosse’, non avevano consegnato le armi. Si decise allora di coordinare l’iniziativa con il piano anti-insurrezionale predisposto dal min. dell’Interno, Mario Scelba. Prima del voto (aprile 1948), la Dc attuò «una progressiva militarizzazione del partito, aprendosi al sostegno di tutti coloro che ritenevano in pericolo la democrazia, senza alcuna pregiudiziale politica», né verso la destra nostalgica né verso la massoneria. I 2 partiti, dunque, si tenevano entrambi pronti a un conflitto cruento, anche se va sottolineato che, mentre i comunisti avevano al loro interno un’anima rivoluzionaria (frenata da Togliatti e da Mosca), i democristiani, assegnavano ai loro nuclei armati clandestini, sostenuti anche dagli americani, un compito difensivo.
Il fantasma della guerra civile parve materializzarsi nel luglio 1948, quando l’attentato a Togliatti innescò una sanguinosa sollevazione popolare. Il Pci non smobilitò le sue forze paramilitari. E così pure la Dc. Successivamente, mentre in Corea ci si combatteva, il tema tornò al vaglio della direzione democristiana. Qui, il 18/7/1950, si manifestò un dissidio che non era emerso nel ’47. Mentre il ‘falco’ Domenico Ravaioli presentava la questione comunista come ‘un problema che va risolto in termini di forza’, e anche Taviani chiedeva di far in modo che fosse ‘tutto pronto’ per metter eventualmente fuori legge il Pci, il segretario Gonnella, propose una linea più ottimistica e prudente, convinto che la minaccia si potesse fronteggiare in altro modo. Si tratta di notizie che gettano nuova luce sulle organizzazioni segrete che operarono nella Slavia (Porzus) con la motivazione di difendere i confini dalle invasioni jugoslave, la loro funzione era subordinata alla politica nazionalista. Il termine cattocomunismo ha un significato prevalentemente spregiativo, e tende a indicare, in ambito filosofico/politico, quelli di fede cattolica, che optarono per una scelta politica e programmatica in senso comunista, senza aderire totalmente al marxismo. Molto diffuso nella pubblicistica politica a partire dagli anni ’70, è servito a indicare il processo di avvicinamento tra Pci e Dc nell’ambito della strategia berlingueriana del compromesso storico e di quella morotea della terza fase.
Da allora, il termine cattocomunista è usato per definire gli esponenti della sinistra Dc (molti dei quali di derivazione dossettiana), poi confluiti prevalentemente nella Margherita, poi Ds, Pds, Pd, ecc.
Negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo per quanto riguardano gli anni 1978/’79 ci indicano una struttura segreta paramilitare con funzione organizzativa antinvasione, ma che aveva poi debordato in azioni illegali, con funzioni di stabilizzazione del quadro interno; struttura che ha origine sin dal periodo della resistenza attraverso infiltrazioni nelle organizzazioni di sinistra e attraverso il controllo di alcune organizazioni di altra tendenza. Alcune formazioni comuniste erano state infiltrate durante la resistenza al fine di portarle all’annientamento. Questo gruppo avrebbe poi continuato a funzionare nel dopoguerra e avrebbe costituito la ”tecnostruttura” destinata a muovere anche in seguito le fila sia del terrorismo di destra, sia del terrorismo di sinistra. Una descrizione che assomiglia decisamente al modo in cui Franceschini (fondatore BR), ha descritto l’Hyperium sull’intervista di Sabina Rossa sul libro “Guido Rossa, mio padre” , Spiega che Moretti non era una spia, questa è sempre stata una traduzione giornalista, semplificata, brutalizzata, del suo pensiero. Moretti era un terminale delle relazioni internazionali delle Br, un punto di congiunzione tra l’organizzazione interna e il contesto internazionale. Andava a Parigi per incontrare gli uomini della scuola di lingue chiamata Hyperion, suoi vecchi compagni sin dai tempi del Superclan, che era un livello delle Brigate Rosse ancora piu’ occulto. Da Parigi partivano anche i contatti con le organizzazioni europee e tutti i traffici di armi. Franceschini, preferisce parlare di Moretti non come una spia ma come un infiltrato. Da parte di chi? ”del terzo livello”. Un termine nuovo, per il terrorismo, che vuol dire? ”Il primo livello [spiega Franceschini] era il movimento rivoluzionario e il secondo le Br, che quel movimento infiltrarono al fine di reclutare militanti. Poi c’è stato il terzo livello rappresentato da chi utilizzava anche la lotta armata per garantire gli equilibri del mondo sanciti a Yalta [servizi segreti], nel 1945 quando l’Est e l’Ovest rappresentati da Roosvelt, Churchill e Stalin si spartirono il mondo”. Secondo il parere di Renato Curcio (fondatore Br) nell’intervista di Sabina Rossa spiega che lui l’idea che si è fatto, è che esistessero due livelli delle Br, non comunicanti tra loro, anzi crede che il 2° livello, che aveva rapporti internazionali, in modo particolare con la Francia (Moretti andava spesso a Parigi) agisse in una dimensione ancora più occulta e fosse adirittura ignoto al primo.
Quella tecnostruttura, nata nel dopo guerra, lavorava per indebolire il più possibile la componente comunista della resistenza, non si era mai sciolto ed era ancora attivo negli anni ’70. Sin dai tempi della guerra nel biellese operava segretamente un gruppo di agenti anticomunisti che avevano infiltrato le brigate di Moranino per annientarle. Gli agenti ifiltrati nelle formazioni comuniste erano persone che qualche servizio segreto alleato impiegava per colpire le formazioni di estrema sinistra, comunisti, socialisti. Insomma partigiani che infiltravano altri partigiani per portarli all’annientamento. L’esito della guerra era ormai scontato e si sapeva che sarebbe finita con la vittoria alleata (Stay Behaind – Gladio Bianca) e ci si preparava già per il dopo. Il problema del dopo era stato individuato nella presenza di un forte partito comunista, che già nella guerra di lberazione aveva un’efficiente rete militare; “Gladio Rossa”.

L’ambiguità del brigatista Mario Moretti
La famiglia di Moretti è lontana dalla tradizione della sinistra, alcuni parenti sono fascisti, lui stesso frequenta parrocchie e scuole religiose e, dopo la morte del padre, fa le scuole superiori, professando idee di destra, in un convitto di Fermo (Ascoli Piceno) grazie all’aiuto economico della nobile famiglia milanese dei Casati Stampa di Soncino, quei Camillo e Anna protagonisti nel 1970 di un clamoroso caso di cronaca, quando il marchese Camillo uccise la bellissima moglie e il giovane amante di lei. La loro villa San Martino di Arcore sarà poi acquistata dal giovane imprenditore piduista Silvio Berlusconi. Finiti gli studi, Moretti si trasferisce a Milano, si iscrive all’Università cattolica con una dichiarazione del viceparroco che garantisce che il giovane “professa sane idee religiose e politiche” e, grazie alla raccomandazione dei Casati Stampa, viene assunto alla Sit-Siemens, dove si iscrive alla Cisl (sindacato cattolico). Alla Sit-Siemens avviene la politicizzazione di Moretti, che frequenta il Cpm (Collettivo politico metropolitano) guidato da Renato Curcio e Corrado Simioni. Quando le strade dei due si divaricano, con Curcio che fonda le Brigate rosse e Simioni che segue il proprio progetto di una organizzazione superclandestina (da cui il nome di ‘Superclan’) che infiltri tutte le realtà della sinistra rivoluzionaria, Moretti segue Simioni, ma poi rientra nelle Br (lo stesso farà poco dopo Gallinari) portando avanti una linea che privilegia l’aspetto ‘militarista’ rispetto a quello ‘politico’. Moretti era il braccio destro di Simioni e Senzani (Giovanni Senzani. Criminologo, collaboratore del ministero di Grazia e Giustizia, infine capo spietato delle ultime Brigate rosse, il colpevole della barbara esecuzione di Roberto Peci, “fratello” del pentito Patrizio).
Moretti, negli anni successivi, si recherà numerose volte a Parigi, sfuggendo tranquillamente a tutti i controlli….
Nel settembre 1974, l’ infiltrato ‘Frate Mitra fa arrestare Curcio e Franceschini, che avevano con se’ gli schedari portati via qualche mese prima dalla sede del ‘Comitato di Resistenza Democratica’ di Edgardo Sogno. Una soffiata sulla minaccia arriva a Moretti, che non avverte in tempo i suoi compagni, e resta così il principale leader delle Br, anche perchè, poco dopo, Mara Cagol sarà uccisa e Giorgio Semeria gravemente ferito, entrambi in circostanze ancora poco chiare….
La storia di Moretti si intreccia spesso con quella della ‘strategia della tensione’ e con quella di Edgardo Sogno e dei suoi principali collaboratori, gli ex comunisti Luigi Cavallo e Roberto Dotti, quel Roberto Dotti al quale Simioni aveva raccomandato a Mara Cagol di rivolgersi per qualsiasi emergenza. Sembra quasi che l’obiettivo sia comune: attaccare il Pci e ridurre il suo peso nella società italiana. La fidanzata e i futuri suoceri di Moretti abitavano nello stesso edificio dove c’era la sede di Luigi Cavallo e che, dopo il matrimonio, Moretti e la moglie vanno a vivere in una piccola strada dove abitano anche Roberto Dotti e il capo dell’Ufficio politico della Questura Antonino Allegra. Con la leadership di Moretti, la ‘Primula rossa’ che per 10 anni sfugge a tutte le ricerche, le Br alzano il tiro e passano alla ‘propaganda armata’. Anche nelle Br qualcuno sospetta che Moretti sia una spia, ma l’inchiesta fatta da Bonisoli e Azzolini lo scagiona. Nel 1981 Moretti viene arrestato a Milano. Pochi mesi dopo, nel carcere di Cuneo, Moretti è aggredito e ferito con un coltello da un ergastolano comune, per motivi mai chiariti, ma che sembrano un avvertimento. Cominciano i processi e Moretti si ritrova con sei condanne all’ergastolo. A gennaio 1993, dopo meno di 12 anni di carcere, usufruisce del primo permesso premio. Nell’estate dello stesso anno, Moretti, in una lunga intervista a Carla Mosca e Rossana Rossanda, racconta la sua versione, che diventa un libro pubblicato da un editore ex militante del Superclan…..
Moretti avalla la ricostruzione del caso Moro fornita da Morucci e Faranda e si accolla la responsabilità di aver ucciso Moro, scagionando Gallinari. Passano quattro anni e, nell’estate del 1997, il capo delle Br ottiene la semilibertà. Nel delitto Moro c’è stato il coinvolgimento dei servizi segreti e ‘collusioni atlantiche’.
Nel 1994 Mario Moretti ottiene la libertà condizionata. Ora abita a Milano ed è stato riciclato dal cattolico integralista Roberto Formigoni, come coordinatore del laboratorio di informatica della Regione Lombardia…

Rsp (individualità Anarchiche)

Strage nella redazione di Charlie Hebdo: muoiono 12 civili

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colonialismo
Colonialismo, imperialismo, guerra di religione e di potere, guerra sporca per il petrolio
Francia: 7 gennaio 2015, due uomini armati fanno irruzione nella redazione parigina di Charlie Hebdo. A terra rimangono i cadaveri crivellati di colpi di dodici persone. Tra questi il direttore Stephane Charbonnier, che firma le vignette, Charb, e altri sette giornalisti.
Durante la strage gli assalitori urlarono “Allah Akbar!” e dire che hanno “vendicato Maometto”. Una testimone, la vignettista Coco, ha detto che gli assalitori si dichiaravano membri di Al Quaeda. Questo è bastato perché molti francesi denunciassero un attentato di matrice islamica.
La colpa di Charb e dei disegnatori di Charlie Hebdo? Aver pubblicato vignette satiriche su Maometto…. Vengono incolpati per quella strage i fratelli Cherif e Said Kouachi. Dopo la strage i due fratelli riescono a scappare facendo perdere le loro tracce e si rifugiano in una tipografia a Dammartin-en-Goele. Dopo sette ore di trattative, è scattato il blitz delle teste di cuoio che uccidono gli assalitori. I fratelli Kouachi erano professionisti!! Sapevano maneggiare le armi e hanno sparato a colpo sicuro. Non erano vestiti alla maniera dei jihadisti, ma come un commando militare.
Il fatto che siano dei professionisti ci obbliga a distinguerli dai loro probabili mandanti. E non c’è nulla che provi che questi ultimi siano francesi. I mandanti dell’attentato sapevano che il gesto avrebbe provocato una rottura tra francesi mussulmani e francesi non mussulmani.
Questo attentato può essere considerato come il 1° episodio di un processo finalizzato a creare una situazione di guerra civile. Non è al Cairo, a Riad, o a Kabul che si patrocina lo «scontro di civiltà», ma a Washington e a Tel Aviv. La strategia dello «scontro di civiltà» è stata formulata da Bernard Lewis per il Consiglio di Sicurezza Nazionale USA, ed è stata poi divulgata da Samuel Huntington non più come strategia di conquista ma come situazione prevedibile. Tale strategia intendeva convincere i popoli membri della NATO circa un inevitabile scontro che avrebbe preventivamente preso la forma di «guerra al terrore». I mandanti dell’attentato contro Charlie non intendevano soddisfare qualche jihadista o talebano, ma dei neo conservatori o dei falchi liberali.
11 Gennaio 2015 in tutta la francia si è svolta una manifestazione che ha visto la partecipazione di due milioni di persone in piazza per reclamare la strage alla redazione parigina di Charlie Hebdo e per rivendicando il diritto alla libera espressione.
Purtroppo erano presenti anche i (Boia) capi di stato europei e internazionali. Questi presidenti che hanno sfilato alla manifestazione, sono gli stessi che attraverso le guerre di conquista e le “missioni di pace”, hanno rubato le materie prime dei paesi in via di sviluppo, creando una condizione sociale di sopravvivenza e di miseria irreversibili….
C’era anche quell’idiota cattosinistroide scautino di Renzi insieme a Poroshenko, a Lavrov, a Cameron, passando per il presidente palestinese Abu Mazen, a pochi passi dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Senza dimenticare gli altri 40 capi di stato e di governo europei e internazionali. Tutti schierati in testa al corteo e applauditi dai cittadini…..
Assente il presidente Usa Barack Obama.
Durante la manifestazione l’pparato militare Francese mette in campo oltre 5mila agenti e 1350 militari per le strade della capitale. Mai come ora è valido il dilemma di Shakespeare: “Chi controlla poi il controllore?”.
Julian Assange non ha usato mezzi termini, accusando di “incompetenza” l’intelligence transalpina. Il fondatore di Wikileaks ha ricordato come gli assalitori fossero dei “ben noti jihadisti” lasciati incontrollati dalla polizia francese, forse perché agivano come “informatori”.
Prima della manifestazione i ministri dell’Interno e della Giustizia Ue e Usa si sono riuniti a Parigi per mettere a punto nuove misure di lotta al terrorismo, con l’obbiettivo primario di controllare ed egemonizzare i paesi arabi.
Uno dei due fratelli autori dell’attacco a Charlie, Said Kouachi, durante il suo soggiorno in Yemen, per una o due settimane a Sanaa fu compagno di stanza di Umar Farouk Abdulmutallab, il giovane responsabile del fallito attentato di natale del 2009 sul volo Amsterdam-Detroit con delle mutande-bomba.
Susan Rice consigliere per la sicurezza nazionale, ammette che gli Usa hanno dato armi ad Al Qaeda in Siria. “E’ per questo che gli Stati Uniti hanno accresciuto il sostegno alle opposizioni moderate fornendo armi letali e non letali per appoggiare sia l’opposizione civile sia quella militare”. A chi finiscono le armi? Gli States fornivano armi ad al-Nusra (fazione jihadista vicino ad al Qaeda) e altri gruppi terroristi in Siria attraverso associazioni moderate.
“Se quelli che ci sostengono (Usa, Arabia Saudita, e Qatar) ci dicono di madare le armi a un altro gruppo le mandiamo. Un mese fa ci dissero di mandare molte armi a Yabroud, (una città siriana) e lo abbiamo fatto”, ha raccontato Jamal Marouf, che guida il Syrian Revolutionary Front (SRF) creato dalla CIA e intelligence di Arabia e Qatar. Il primo ministro turco Erdogan appoggia l’al-Nusra Front e altri gruppi terroristi, ha scritto il giornalista Premio Pulitzer Seymour Hersh, parlando degli appoggi da parte dei paesi vicini della Siria, specie la Turchia, alle milizie terroriste.
Al-Nusra è una branca di al-Qaeda in Siria mentre l’ISIS è considerato l’ala irachena.
Ma chi c’è dietro l’ISIS che dice di guidare la ribellione dei sunniti contro le ingiustizie commesse dagli sciiti del dopo Saddam? Chi lo sostiene, chi lo arma, chi lo finanzia?
Chi è Abu Bakr Al-Baghdadi? è un agente al soldo della Cia e capo dell’Isis, comanderebbe la milizia per conto dei Saudiani (sunniti-wahabiti), sarebbe legato direttamente a un principe della famiglia reale fratello di un ministro, ma il gruppo sarebbe co-finanziato da americani, saudiani e anche francesi. Irakeno, Baghdadi nel 2013 se ne è partito a combattere in Siria, radicandosi nel nordest a Raqqa. Più che mullah fanatici di un governo religioso, sono capi d’intelligence con forti doti strategiche ed estrema ferocia. La CIA per depistare la verità, vuol far credere che l’ISIS sia un gruppo che si autofinanzia con furti alle banche e donazioni, occultando che da 3 anni sorveglia con i droni il confine fra Siria e Turchia.
L’ISIS non è affatto quell’amalgama di fanatici rabbiosi che si vuol far credere, ma un esercito altamente motivato e disciplinato con chiari e definiti obiettivi politici e territoriali.
La crisi innescata dall’offensiva ISIS dovrà portare alla completa frattura dell’Iraq secondo linee settarie, cambiando la mappa politica del Medio Oriente.
Il crollo dell’Iraq ha riportato in voga le cartine apparse sul web all’indomani dell’Operazione Iraq Freedom lanciata da George W. Bush nel 2003. Mostravano un paese diviso in tre stati: uno curdo al nord, uno sunnita al centro e uno sciita a sud. Più o meno la mappa attuale…
L’espressione “guerra al terrorismo” identifica una campagna militare a livello internazionale, volta a combattere e sconfiggere le organizzazioni internazionali condotta dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, con l’appoggio dei servizi segreti delle nazioni aderenti al Patto Atlantico e di altri paesi del mondo, anche se in origine, la campagna era focalizzata sull’eliminazione di al-Qaida e simili organizzazioni militanti.Venne usata per la prima volta dal presidente USA George W. Bush e da alti ufficiali statunitensi per identificare una lotta globale di natura militare, politica, legale ed ideologica, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. La rivista scientifica “Open Chemical Physics Journal” ha pubblicato una ricerca che conferma la presenza di tracce di esplosivo (Termite) nei campioni raccolti immediatamente dopo la tragedia del crollo delle 2 torri + 3° palazzo. I servizi informativi americani sapevano che si stavano preparando gli attentati dell’11/9/’01, conoscevano gli edifici presi di mira, i quadri dirigenti ed intermedi della rete di bin Laden, e pedinavano alcuni pirati dell’aria. Ma non hanno voluto arrestarli, e quel giorno si sono addirittura rifiutati di impedire la loro azione. Così i terroristi hanno avuto le mani libere, perché gli attentati convenivano alla dirigenza militare e politica Nato, in quanto dovevano conquistare l’opinione pubblica ad una guerra prolungata contro i Paesi che ostacolano il dominio statunitense.
Il presidente turco Erdogan ha deciso di sostenere silenziosamente l’Is(is) perchè voleva eliminare definitivamente il regime di Assad, di fronte al quale la Turchia mostra i muscoli ormai da un paio d’anni. Più volte Ankara la capitale della Turchia, in passato è giunta a minacciare l’attuazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede la difesa comune nel caso di attacco contro uno dei Paesi membri della Nato, a seguito di alcuni missili esplosi da Damasco e caduti proprio sul territorio turco. Ma Erdogan vuole anche prevenire la nascita del Rojava (il nascente Stato curdo) nel nord-est, la cui leadership è schierata al fianco del Pkk. Poi c’è un’altro fattore, economico e per questo determinante: il petrolio. Fiumi di greggio prodotti nel Califfato starebbero arrivando in Turchia a prezzi stracciati. La realtà è che il labirinto di interessi è molto articolato…
Osama bin Laden èra pagato dai servizi segreti della Nato.
I primi contatti di Osama bin Laden con l’amministrazione americana risalgono ai primi anni ’80 durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. La strategia americana punta in quegli anni ad opporsi all’impero sovietico creando delle brigate internazionali islamiche capaci di contrastare l’invasione russa. È in questi anni che la figura di Osama bin Laden comincia ad assumere una certa importanza nell’ambito dell’integralismo islamico; sfruttando le sue conoscenze con la famiglia reale saudita, si pone al vertice di una struttura religiosa-militare capace di raccogliere fondi per la causa islamica. Con la fattiva collaborazione della Cia e dei servizi segreti pakistani ISI (Inter Services Intelligence) la forza numerica della Jihad afgana tra il 1982 e il ’90 cresce in maniera esponenziale; da poche centinaia di uomini l’esercito integralista di bin Laden infoltisce i ranghi di nuove forze tanto da poter contare intorno alla metà degli anni ’80 su circa 35 mila uomini. Alla fine degli anni ’80 la Jihad afgana può contare sull’appoggio di un esercito composto da quasi centomila uomini equipaggiati con le migliori armi presenti sul mercato. La strategia americana nell’area mediorientale punta molto su un personaggio come Osama bin Laden sia per la sua capacità organizzativa all’interno dei gruppi dell’integralismo islamico sia per i suoi legami con la famiglia reale saudita. Anzi sono proprio gli uomini della famiglia di re Fahd a sponsorizzarlo presso la Cia americana. Gli Stati Uniti per tutti gli anni ’80 giocano la carta dell’integralismo islamico per creare ulteriori problemi al decadente impero sovietico, tanto che alla fine del decennio i guerriglieri afghani riescono a sconfiggere l’armata rossa.
I rapporti tra bin Laden e l’amministrazione americana cominciano a raffreddarsi nei primi mesi del 1990 in prossimità dell’invasione del Kuwait da parte dell’esercito di Saddam Hussein
Dal 1963 fino ad aprile 2003 l’Iraq è stato una repubblica dittatoriale governata dal Partito di Rinascita Araba Socialista (Baʿth). Soprattutto a partire dalla presa del potere da parte di Saddam Hussein il regime privilegiava gli arabi musulmani sunniti a danno degli arabi musulmani sciiti e dei curdi musulmani sunniti. Nella primavera 2003, in seguito all’invasione dell’esercito statunitense e della coalizione alleata (seconda Guerra del Golfo) è caduto il regime di Saddam.
La caduta della repubblica dittatoriale governata dal Partito Ba’th (detto anche Partito di Rinascita Araba Socialista) di Saddam Hussein apre una nuova fase. Il regime fu abbattuto nel 2003 a seguito di una guerra lanciata da una coalizione guidata dagli Stati Uniti; ma il paese non è ancora stato stabilizzato ed è in corso una guerra a bassa intensità che contrappone le truppe straniere, l’esercito del nuovo governo iracheno e le milizie di alcune fazioni (specialmente i Curdi ed alcuni partiti politici sciiti) a gruppi eterogenei, composti soprattutto da sunniti, già al potere con il precedente regime ed ora parzialmente esclusi dai posti chiave del governo) di estrazione sia laica (ex Ba’thisti) che islamica; ad essi si aggiungono gruppi apertamente terroristici legati ad al-Qaida, spesso composti da stranieri. Saddam Hussein è stato condannato per la strage degli sciiti, ma stranamente non verrà mai processato (l’appuntamento col boia lo precederà) per le altre stragi come quella della popolazione del Kurdistan (oltre 100 mila morti!).
Sapete perché? Semplice: verrebbero fuori le complicità dei servizi segreti Nato.
Sicuramente fino al 1986 Saddam riceveva fondi e armi dall’intelligence statunitense, e la prova è lo “Scandalo Iran-Contra”! George Bush, era felice che la Corte abbia sentenziato la morte per impiccagione dell’ex Rais. Con la morte di Saddam Hussein andranno seppelliti anche molti e pericolosi segreti di stato…
Il dittatore iracheno era stato “scelto” dal governo americano per annientare l’Iran di Khomeini che, nel grande mercato del petrolio e dell’energia (monopolizzato dall’occidente del mondo), cominciava a destabilizzare l’economia.
Si tratta della 1° Guerra del Golfo (1980-’88). Approfittando del caos derivato dalla rivoluzione islamica condotta da Khomeini, Saddam tentò di rivendicare alcuni territori petroliferi iraniani. In quest’impresa fu ampiamente appoggiato dall’Occidente intenzionato a indebolire la potenza dell’Iran islamico. La preoccupazione dei grandi era che il fondamentalismo khomeinista potesse impadronirsi dei Paesi arabi e musulmani, ricchi di pozzi petroliferi e di riserve centenarie di greggio. URSS, USA, Germania, Francia, Italia fornirono a Saddam le armi più distruttive e potenti. Anche quando il dittatore commise le peggiori atrocità e massacri, il governo americano gli promise armi di distruzione di massa. Vincere la guerra contro l’Iran avrebbe permesso alle grandi potenze occidentali di lavarsi le mani (agli occhi del mondo) considerando il conflitto una questione interna. Dietro la cortina ideologica dell’Islam e della purificazione ideologica del popolo arabo dalla contaminazione occidentale si nascondono ben più prosaici interessi economici. La Jihad islamica e la lotta contro l’occidente nasconde in realtà uno scontro economico per il controllo delle risorse petrolifere. l’ISIS è il prodotto diretto dei continui sforzi americani per destabilizzare e cacciare il presidente siriano Bashar al-Assad, armando varie fazioni mussulmane.
Il Premio Nobel per la Pace (?) Henry Kissinger ( ricordiamo che nel 1974 minacciò pesantemente Aldo Moro…) è uno dei più ambigui e pericolosi personaggi attualmente in libertà, ebbe a dire a proposito di quella guerra e soprattutto della politica americana, che la loro strategia (per intenderci, degli attuali esportatori di “democrazia”) era «fare in modo che si uccidessero l’uno con l’altro»: cosa profeticamente realizzatasi!
Era il 1930 quando i colonialisti inglesi, esperti di razzismo, si accorsero di una cosa strana: i sionisti erano razzisti anche contro gli ebrei-non sionisti.
Attraverso il Fondo Nazionale Ebraico i Sionisti, acquistavano terreni palestinesi dagli arabi non residenti e ne cacciavano i contadini che vi lavoravano, dichiarando quelle terre “suolo ebraico” che solo i sionisti potevano lavorare.
Gruppi terroristi sionisti, come L’Irun, l’Haganah o lo Stern (LEHI), già operanti dagli anni precedenti, dal 1944 cominciarono a convincere con metodi “pacifici” e “democratici” il governo inglese ad avere la loro terra promessa.
I sionisti sono invasori. Rivendicano il loro diritto ad avere uno Stato in quel luogo solo perché c’è scritto sulla Bibbia, compiendo eccidi disumani di cui sono vittime i palestinesi. Gli ebrei dopo aver subito nella II guerra mondiale la discriminazione razziale, le torture e la sopraffazione fascista, non hanno usato la cooperazione come metodo per confrontarsi, ma hanno usasto gli stessi metodi vigliacchi del periodo fascista per invadere il territorio palestinese.
Se Israele continua ad esistere è solo perché gli americani li incentivano nella loro tirannia nei confronti dei palestinesi creando una politica autoritaria. Israele annualmente “dona” agli Usa una cifra che è pari al 7% dell’intera economia americana. E l’america li arma……
Ma ora ricordiamo le tante ingiustizie commesse negli ultimi decenni dai servizi segreti NATO:
(1) Testare in Francia gli effetti devastanti di certe droghe sulla popolazione civile (Operazione Chaos …);
(2) Sostenere l’OAS nel tentativo di assassinare il presidente Charles De Gaulle;
(3) Procedere ad attentati sotto false flag, contro civili, in molti stati membri della NATO.
I Francesi faranno bene anche a ricordarsi che non sono stati loro a prendere l’iniziativa della lotta contro i jihadisti reduci della Siria e dell’Iraq. È Washington che il 6/2/2014 ha convocato i ministri degli Interni di Germania, USA, Francia (M. Valls si era fatto rappresentare), Italia, Polonia e Regno Unito per fare della questione del ritorno dei jihadisti europei una questione di sicurezza nazionale. Ed è solo dopo questa riunione che la stampa francese ha cominciato a parlare del tema e le autorità hanno iniziato a reagire.
11 gennaio 2015 anche a Milano hanno organizzato un presidio, davanti al consolato transalpino, al quale hanno partecipato numerose centinaia di francesi residenti nel capoluogo lombardo ma anche milanesi, nella stessa ora in cui a Parigi cominciava la marcia anti-terrorismo. Peccato che si sono messi a cantare la marsigliese che è simbolo di nazionalismo e non di culture multietniche internazionali. I servizi segreti stanno già facendo terrorismo psicologico dichiarando che il Vaticano è un “possibile obiettivo” dell’Isis ma al momento “non ci sono segnali concreti” che possano far pensare ad un attacco. Lo si apprende da fonti dell’intelligence italiana alla quale Mossad e Cia avrebbero inviato nei giorni scorsi informative in cui si analizzano i possibili scenari, senza però indicare elementi concreti di rischio.
Pansa IL CAPO DELLA POLIZIA in Italia ne aprofitta della situazione di destabilizzazione che si è creata in Francia e chiede ulteriori soldi (gare d’appalto) al ministro dell’interno Alfano, per la sicurezza. La nuova circolare del capo della polizia, d’intesa col ministro dell’Interno, a prefetti e questori sul territorio, innalza ulteriormente le misure di repressione e di controllo sociale….
Ma chi controlla poi Pansa e i suoi servi (servizi segreti e sbirri) infami???

Tutti i governi, sedicenti liberatori, promisero di smantellare le fortezze erette dalla tirannia per tenere in soggezione il popolo; ma, una volta insediati, lungi dallo smantellarle, le fortificarono ancora meglio, per continuare a servirsene contro il popolo.
C. Cafiero

Cultura dal basso contro i poteri forti
Rsp (individualità Anarchiche)